Riflessioni sull’Epos e sui valori dell’Antica Grecia: un mondo da riscoprire.

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Contestualmente allo studio scolastico dell’Iliade, ho letto un libro che ho trovato davvero affascinante e che mi ha fatto riflettere profondamente sul senso dello studio della storia e sulla complessità della cultura dei nostri antichi antenati greci: parlo della Canzone di Achille, scritta dall’esperta di Lettere Classiche Madeline Miller. Un romanzo davvero profondo, sublime ed appassionante che mi ha offerto parecchi spunti di approfondimento che vorrei condividere con voi.

La parola con la quale gli antichi greci indicavano i racconti della tradizione, tramandati oralmente di generazione in generazione fino alla trascrizione in epoche più tarde e “cantati” dagli aedi e dai rapsodi era έπος (=Epos). In origine questo sostantivo indicava semplicemente la parola, ma con il tempo il suo significato si è evoluto fino ad indicare le narrazioni mitiche delle gesta degli eroi e degli dei. Storie suggestive che, seppur inventate e diffuse in tante versioni diverse a causa della tradizione orale, hanno un’importantissima rilevanza storica perché custodivano tutto il patrimonio culturale panellenico: radici profonde di usi, costumi e mentalità che accomunavano le diverse Poleis, completamente indipendenti dal punto di vista politico e distanti tra loro anche centinaia di chilometri. Il complesso dell’Epos era inoltre l’unico punto di riferimento per il culto religioso, che non aveva testi sacri o indicazioni dottrinali di altro tipo.

E a differenza di quanto possa sembrare a noi, diversi millenni dopo, che siamo talvolta quasi tentati di pensare che l’epica classica sia solo il frutto di un immaginazione piuttosto primitiva e semplicistica, la cultura del tempo era tutt’altro che così: era invece complessa e piena di sfaccettature, e mise radici tanto profonde che influenzano ancora quella dell’Occidente moderno, e che a mio avviso stanno recentemente riaffiorando in conseguenza al progressivo indebolimento dell’egemonia dei valori di stampo ebraico-cristiano.

Tre erano i valori emblematici di questa antica cultura: ἀρετή (= Aretè, ovvero “Virtù, Valore”), τιμή (=Timè, ovvero “Onore, in senso di pubblica reputazione”) e κλέος (= Kleos, ovvero “Gloria”). Questi precetti orientavano più di ogni altra cosa le scelte di vita personali, e richiedevano continua dimostrazione e riconoscimento pubblico.

L’epica, in questo senso, aveva dunque anche una funzione didascalica: lo scopo dell’Epos infatti non era tanto quello di tramandare i fatti, ma quello di trasmettere modelli eroici a cui ispirarsi e “anti-modelli” da non imitare. Questi esempi e controesempi venivano presentati, il più delle volte, in un contesto che veniva considerato perfetto per dimostrare la propria Aretè, accrescere quindi la propria Timè e giungere infine al supremo Kleos: parliamo della guerra, nelle quale gli eroi potevano dare prova delle loro capacità e andare infine incontro alla “bella morte”, ovvero la caduta in battaglia, nell’atto di difendere le istanze della patria e soprattutto nell’essere coraggiosi di fronte ad essa.

Il conflitto bellico era quindi per gli antichi affascinante e benefico… a quei tempi infatti la pubblica reputazione di ciascuno era più importante dell’etica nei singoli gesti. Ma se questo inebriamento per la guerra è qualcosa di molto distante dalla società odierna, o quantomeno dal modello di società a cui mira oggi l’uomo moderno, c’erano molti altri aspetti della cultura greca decisamente più nobili, spesso dimenticati, che la Miller mette in luce.

Oltre al concetto dell’ospitalità (ξενία, xenía), da cui penso dovremmo prendere spunto per risolvere una gran sorta di problemi attuali, è a mio avviso davvero ammirevole la concezione che gli antichi avevano per l’amicizia, da loro espressa con la parola φιλία (= Philìa). Con essa si indicava un vero e proprio amore, decisamente più profondo di quello che oggi chiamamo “amicizia”, in una dimensione di piena fiducia, stima e intesa verso l’altro. Due persone legate da rapporto di philìa sono completari uno con l’altro, condividono i loro sentimenti ed emozioni, condividono degli ideali e sanno di poter sempre contare l’uno sull’altro sia nelle difficoltà, sia nella realizzazione di grandi progetti. È proprio questo il rapporto che, nel libro, lega Achille e Patroclo: un rapporto che inevitabilmente si trasforma nel tempo in qualcosa di più grande che coinvolge anche la passione fisica, ovvero l’ ἔρως (= Eros). Si tratta di un amore libero, svincolato da qualsiasi stereotipo, che li suggella per tutta la vita e che rimane vivo anche oltre la morte, quando le ceneri dei due vengono mescolate.

Spero che con questo articolo gli scettitici nei confronti del mondo classico si siano potuti ricredere. Di certo la società greca aveva anche diversi difetti: oltre a un efferato bellicismo era caratterizzata anche da un certo maschilismo, ma dobbiamo sempre ricordarci che questo è (anche) il nostro passato. E del nostro passato possiamo fare lezione… correggendo gli errori, comportandoci in modo più maturo ma continuando allo stesso tempo a coltivare le belle tradizioni, proprio come ha fatto Madeline Miller, che alcuni criticano per aver eccessivamente modernizzato la storia dell’Iliade, altri lodano per aver contribuito a mantenere vivo l’Epos, in un “evoluzione” che lo rende ancora più nostro…


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