Caso Almasri, come sono andate davvero le cose: i retroscena

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È ormai da oltre 2 settimane che le pagine dei giornali sono piene di articoli sul cosidetto “Caso Almasri”: andiamo ad approfondire insieme quello che è successo, per capire cosa voglia significare questo ecclatante rilascio

Il 19 gennaio 2025, le autorità italiane hanno arrestato Osama al-Najeem, noto come Almasri, un generale libico accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nelle carceri di Tripoli, in particolare nella prigione di Mitiga. Almasri, capo della Polizia giudiziaria libica e membro della milizia Rada, da lui fondata nel 2011, era stato accusato dalla Corte Penale Internazionale di aver coordinato, ordinato e eseguito omicidi, violenze sessuali e torture nei confronti di migranti provenienti da tutta l’Africa, denuti a Mitiga, che dalle coste del loro paese cercavano di giungere in Europa, alla ricerca di una vita migliore.

Tuttavia, il 21 gennaio, su disposizione della Corte d’Appello di Roma, è stato rilasciato a causa di un presunto errore procedurale: il giorno successivo quindi, è stato rimpatriato in Libia con un aereo di Stato italiano. Questo caso ha sollevato molte polemiche in Italia e all’estero, tanto che in seguito alla vicenda Giorgia Meloni e alcuni membri del suo governo, tra i quali i ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, sono stati denunciati di favoreggiamento personale e peculato dall’avvocato Luigi Li Gotti. Secondo quanto ha riportato questi alla Procura di Roma, l’azione degli accusati avrebbe violato gli obblighi internazionali dell’Italia, alimentando dubbi sull’integrità del governo. Secondo le procedure di ufficio il procuratore Francesco Lo Voi ha iscritto i politici denunciati al registro degli indagati e il caso è stato trasferito al Tribunale dei ministri per ulteriori accertamenti.

Questo ha suscitato un incredibile moto di sdegno all’interno di tutta la maggioranza di governo, che definisce gli atti di Li Gotti e Lo Voi come un’atto illegittimo, “un’attacco ad orologeria” studiato “dalle sinistre” per indebolire il governo. D’altra parte, l’opposizione accusa di “vittimismo ingiustificato” e mancanza di rispetto per le istituzioni e l’equilibrio dei poteri, e così, aspettando che la premier riferisca in aula, i lavori parlamentari sono bloccati. Solo oggi infatti, a più di 3 settimane dall’inizio della vicenda, è prevista un’informativa alle Camere (prima a quella dei Deputati, poi al Senato) in diretta televisiva, a cui risponderanno però solo i ministri Nordio e Piantedosi.

Ma come sono andate, al di là di ogni polemica, le cose veramente?

Per capirlo è utile tenere conto di tutte le tempistiche precise e del funzionamento della Corte Penale Internazionale. Questa è un organismo sovranazionale che non dispone di forze di polizia proprie, ma che si serve della collaborazione delle autorità dei paesi che vi aderiscono, tra i quali c’è anche l’Italia, per perseguire lo scopo di arrestare, processare e sanzionare i criminali di più alto livello mondiale, che si sono macchiati di reati come il genocidio, la violazione dei diritti umani o i crimini di guerra.

Almasri è stato arrestato domenica 19 gennaio a Torino dalla Digos ed è stato tenuto in custodia in attesa dello svolgimento dei procedimenti relativi al suo arresto e al processo che avrebbe dovuto affrontare davanti alla CPI. Quest’ultima, secondo i suoi stessi comunicati, «ha continuato a impegnarsi con le autorità italiane per garantire l’effettiva esecuzione di tutte le misure richieste», ricordando alle autorità italiane che nel caso avessero riscontrato difficoltà tecniche avrebbero dovuto consultare «senza indugio la Corte al fine di risolvere la questione».

Secondo la legge che regola i rapporti tra Stato Italiano e CPI, è compito del Ministero della Giustizia (attualmente presieduto da Nordio) rendere esecutive le disposizioni di quest’ultima, trasmettendole al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, deputata a gestire gli atti tecnici necessari a confermare la detenzione. Solo 3 giorni dopo l’arresto di Almasri, il 21 gennaio, Nordio ha dichiarato pubblicamente di starsi occupando del caso e poche ore dopo, nella stessa giornata, il carceriere libico è stato rilasciato dalla Corte d’Appello Romana, che ha giustificato questa sua decisione con il seguente comunicato:

«Il procuratore generale chiede che codesta Corte dichiari l’irritualità dell’arresto in quanto non preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la Corte penale internazionale; ministro interessato da questo ufficio in data 20 gennaio, immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, e che, a oggi, non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito. Per l’effetto non ricorrono le condizioni per la convalida»

In sintesi dunque, il rilascio è avvenuto perché il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale non è stato confermato entro le tempistiche previste dal Ministro della Giustizia. Nella vicenda sarebbe coinvolto anche il Ministro degli Interni Piantedosi poiché solamente lui ha la facoltà di espellere una persona dal suolo del nostro Stato. Quest’ultimo infatti ha già commentato, la settimana scorsa, prendendosi la responsabilità della sua scelta e dichiarando di averla compiuta «per urgenti ragioni di sicurezza, vista la pericolosità del soggetto».

La questione è ancora aperta e per capire fino in fondo le dinamiche e soprattutto la legittimità delle azioni del governo in merito servirebbero ulteriori indagini. Ecco perché l’avvocato Li Gotti, in gioventù militante del Movimento Sociale Italiano e poi di Alleanza Nazionale, e dunque molto lontano dalle idee politiche dell’attuale opposizione, avrebbe denunciato gli esponenti di governo che vi abbiamo riferito all’inizio dell’articolo: come infatti ha tenuto a precisare lui stesso, ha sporto denuncia “per dignità”. «Quando ho letto le bugie che venivano dette sulla storia del generale libico Almasri mi sono detto: ma perché prendere in giro i cittadini? Allora non era meglio stare zitti? Opponevi il segreto di Stato su tutta la vicenda e la storia finiva lì», ha riferito sul Corriere di Roma.

Le ragioni dietro quel “silenzio” da parte di Nordio infatti potrebbero essere molto scomode. Nel 2017 infatti, sotto il governo Gentiloni, l’Italia ha firmato con la Libia un memorandum di intesa per la cooperazione nel campo dello sviluppo e del contrasto all’immigrazione illegale, che prevede da parte del nostro Paese il sostegno diretto alle autorità libiche per quanto riguarda il contenimento delle partenze di migranti. Un accordo di durata triennale che si sarebbe automaticamente rinnovato nel 2019 e poi ancora nel 2022: e Giorgia Meloni, che intrattiene ancora buonissimi rapporti con il governo libico, non sarebbe assolutamente intenzionata a revocarlo. L’ipotesi più plausibile, accreditata da diverse fonti stampa, è dunque quella che le autorità libiche, dopo l’arresto di Almasri, avrebbero minacciato l’Italia di far aumentare le partenze di migranti dal loro paese.

E questo, oggettivamente, sarebbe stato un durissimo colpo all’immagine di Meloni, sostenitrice delle politiche dei porti chiusi, che dice ancora di non essere “ricattabile”…


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