Riflettere sul senso della vita leggendo l’Odissea: un antico aneddoto che ha ancora tanto da insegnarci.
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Lorenzo
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TEMA: scegli un episodio che ti ha interessato dell’Odissea e, dopo averlo brevemente riassunto, indicane le tematiche e gli eventuali motivi di attualità.
Uno degli episodi dell’Odissea da cui ho tratto i maggiori spunti di riflessione è quello della necromanzia (o “nekyia” in greco antico) di Odisseo, grazie alla quale l’eroe incontra l’anima dell’indovino Tiresia e della propria madre defunta Anticlea.
Il brano in questione si apre con il compimento del sacrificio di un ariete e di una pecora nera da parte di Ulisse, giunto alle porte dell’Ade, in una regione ai confini del mondo: il sangue di questi animali evoca le ombre dei defunti, desiderose di abbeverarsene per riprendere almeno un poco del vigore della vita terrena. Tra queste c’è anche quella del famoso indovino Tiresia, al quale l’eroe, come indicatogli dalla maga Circe, si rivolge subito per conoscere il suo futuro ed essere così più preparato alle successive peripezie che lo attendono prima di riuscire finalmente a tornare in patria.
Colloquio a mio avviso ancora più significativo però e sul quale mi voglio soffermare a riflettere è quello che avviene subito dopo: con grande stupore infatti, Odisseo si accorge che tra i defunti vi è anche sua madre. Incredulo e triste, lascia che si avvicini e si sazi di sangue, poi le chiede, preoccupato, come sia morta e in quali condizioni versassero, prima che venisse a mancare, sua moglie Penelope, il padre Laerte e il figlio Telemaco. Il quadro della situazione dipinto da Anticlea è particolarmente angosciante: tutti soffrono terribilmente per la mancanza di Ulisse e la stessa Anticlea era morta di dolore per la nostalgia (parola dal legame etimologico strettissimo con il greco antico, e che vuol dire letteralmente “dolore del ritorno”) che provava. L’eroe è vinto dall’emozione e cerca di dare un ultimo abbraccio a sua madre, ma questo risulta essere impossibile, perchè ormai era solo un’ombra di un passato che mai sarebbe tornato.
Si tratta insomma di un racconto particolarmente mesto e malinconico, che non può però evitare, anche a distanza di millenni di farci pensare: pensare a come scegliamo di vivere l’unica vita che abbiamo a disposizione, in primis, e in modo altrettanto importante al valore che le diamo, nel suo complesso e nei piccoli momenti che la compongono, nelle gioie e nelle fatiche davanti alle quali ci pone quotidianamente.
In quanto cardine di un complesso di poesia epica dal fine deliberatemente didascalico, Odisseo è un modello di modernità, sensibilità, devozione agli affetti famigliari e al sapere che si distingue persino tra gli altri eroi dell’antica Grecia. Ma ad un certo punto è arrivata la guerra, che con tutta la sua violenza e barbarie gli ha negato per ben venti anni di “prendersi cura” di queste sue peculiarità, tesori che richiedono di essere coltivati quotidianamente per essere goduti appieno prima che “evaporino”: è questa infatti la condizione in cui versano gli esseri mortali, condizione il cui dolore viene espresso in tutta la sua interezza da questo brano dell’Odissea. Quest’ultimo ci avvisa chiaramente: le opportunità che ci vengono offerte sono limitate, tutto a un certo punto finisce e non importa quante di queste occasioni abbiamo saputo cogliere o meno.
Pur ammirando infinitamente il poeta però io non sono un pessimista leopardiano e voglio trovare un raggio di speranza, anche piccolo, in un quadro così buio e cupo (apparentemente). Una chiave di lettura diversa che permette di declinare queste riflessioni in una maniera totalmente diversa, volta alla fiducia piuttosto che alla depressione davanti alla vita: come ci insegnano cartoni e film d’animazione magistrali come Inside Out, solo dai grandi dolori nascono le più grandi gioie.
Sua madre sarà pure morta, ma Ulisse è ancora vivo, può ancora riuscire a tornare a Itaca, che non è solo la sua terra ma è la sua realizzazione, il suo destino, la cosa per cui nonostante tutto ha ancora la forza di lottare. E di resistere, a quelle che alla fine non sono state altro che sfide senza le quali non capiremmo l’importanza della nostra originalità, della nostra unicità, di essere in maniera sincera, ogni giorno, quello che siamo senza vergogna. Prove che ci servono a crescere, che mettono in discussione i nostri preconcetti e ci pongono fuori dalla nostra confortzone per rinascere più autentici.
E alla fine, l’Odissea altro non è che un racconto profondamente umano, un’interpretazione del grande mistero della vita e della società, che gli antichi hanno formulato e trasmesso nei secoli come modello per tutti, anche per noi moderni e soprattutto per adolescenti come me, alla ricerca di un proprio destino. Un “libro dei padri” al quale possiamo tornare nei momenti di difficoltà, e dal quale possiamo partire per costruire un futuro luminoso, insieme, correggendo gli errori del passato e allo stesso tempo evitare di regredire rispetto ai progressi che abbiamo già fatto e trovare la serenità, in sede prima individuale ma poi, soprattutto, in sede collettiva.
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