La guerra che dilania il Medioriente: IL PUNTO

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Sono ormai quasi due anni da quando, con la tragica carneficina del 7 Ottobre 2023, il conflitto in Medioriente si è rinfiammato. Le prospettive di pace rimangono ancora molto lontane e la situazione umanitaria è sempre più allarmante, mentre Israele continua a violare deliberatamente il Diritto Internazionale in maniera ingiustificabile e (cosa ancor più grave) impunita. Quali sono le vere ragioni di questo conflitto e perché il cessate il fuoco rimane un miraggio? Sarà sufficiente a mettere il governo Netanyahu alle strette la decisione di 14 paesi tra cui la Francia, l’Inghilterra e il Canada di riconoscere lo Stato di Palestina? In quale maniera l’Occidente è coinvolto nella situazione e come arginare il crescente antisemitismo collegando alla nefasta situazione attuale? Dati alla mano, cerchiamo di rispondere insieme ad ognuna di queste domande…

La conformazione del conflitto

Spiegare le concause profonde che hanno generato il profondo diverbio tra mondo musulmano ed ebraico non sarebbe semplice e richiederebbe sicuramente un articolo a parte, ma cosa ha dato origine al tremendo attacco da parte di Hamas del 7 Ottobre, nel quale sono stati uccisi oltre 1200 israeliani?

Relegato nella sola Striscia di Gaza e in una Cisgiordania costellata da insediamenti di coloni israeliani, nella quale di fatto non era e non è ancora di più oggi possibile una vita in libertà, tra il popolo palestinese è facilmente dilagato l’estremismo religioso che ha portato, nel 2006, all’ascesa al governo della milizia islamica di Hamas, un’organizzazione terroristica con lo scopo dichiarato di volere l’eliminazione dello stato ebraico che ha preso i pieni poteri, instaurando di fatto la dittatura.

Una grande dimostrazione di forza ispirata alle intifada del 1987 e del 2000 era già da tempo in fase di progettazione in combutta con il governo iraniano, centro di controllo delle milizie islamiche sciite tra cui vi è appunto anche Hamas, ma anche le Hezbollah libanesi e gli Houti yemeniti. Il pretesto però è stato il significativo stato di avanzamento degli Accordi di Abramo, intrapresi con l’egida degli USA (iniziati sotto la prima presidenza Trump e proseguiti da Biden) per siglare la pace tra Israele e paesi mussulmani sunniti come gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan: i primi dopo l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1993. In particolare, ci stava avvicinando ad ottenere la cessazione delle ostilità e il reciproco riconoscimento da parte di una delle maggiori potenze economiche della regione, l’Arabia Saudita. La possibilità che Israele venisse legittimato da un gigante come questo paese turbava i jihadisti, che hanno compiuto la carneficina cercando di ostacolare il piano.

Non sappiamo se l’obbiettivo dei terroristi islamici fosse quello di cominciare una guerra di lunga durata o di compiere una dimostrazione di poco tempo dalla quale potesse comunque emergere la ferocia repressiva dello Stato Ebraico: fatto sta che il conflitto si è allargato a macchia d’olio e comprende ora molteplici fronti e attori, come emerge dal Cartello 1.

Molteplici fronti di guerra

Cartello 1: I principali fronti di guerra del Medioriente

La guerra mediorientale costituisce uno scenario significativo dell’attualità anche per la molteplicità di posti nella quale viene combattuta. Gli esperti di geopolitica hanno opinioni diverse, ma i fronti della guerra attualmente combattuta da Israele sono almeno 6, se non forse di più…

  • Fronte di Gaza: indubbiamente l’epicentro del conflitto, a Gaza la popolazione civile viene quotidianamente martoriata dai bombardamenti dell’esercito israeliano, oltre che dalla mancanza di cibo, energia elettrica, acqua potabile e altri beni essenziali. Nonostante la grande mobilitazione di organizzazioni umanitarie come Emergency e la Croce Rossa, secondo le stime ONU solo il 10% degli aiuti arriva a destinazione: l’accesso alla Striscia è infatti attualmente consentito solo all’organizzazione americana filo-governativa Food for Gaza, al centro di numerose polemiche per aver ridotto i punti di distribuzione dei beni e per le carneficine di civili avvenute nelle loro vicinanze. E mentre sono oltre 70.000 le vittime civili dal 7 ottobre (di cui 18mila bambini), Hamas continua ad agire in modo praticamente indisturbato nella rete di tunnel sotterranei della Striscia, insieme ad altre milizie sciite minori che depredano la popolazione di quel poco che gli rimane.
  • Fronte della Cisgiordania: la situazione in Cisgiordania è più complessa da descrivere. Mentre prima del conflitto la Striscia di Gaza era formalmente sotto il pieno controllo palestinese, in Cisgiordania esistono già da tempo numerose colonie a guida esclusiva di Israele, oltre ad altre aree ibride di co-governo israelo-palestinese. Di fatto, è ormai da decenni che i civili palestinesi, costretti a vivere in dei veri e propri ghetti, vedono abbattere le proprie case con le ruspe per fare spazio alla costruzione di nuovi insediamenti coloniali o di muri per dividere le varie zone di influenza. Attualmente, neanche qui si sfugge da meno intensi, ma comunque periodici bombardamenti.
  • Fronte Libanese: la tensione è alta anche nelle regioni meridionali del Libano, per due motivi principali. Innanzitutto opera qui la milizia sciita di Hezbollah (che ha di fatto, a scapito del governo libanese centrale ufficialmente riconosciuto, ottenuto il controllo della zona), stretta alleata di Hamas e co-organizzatrice della strage del 7 ottobre. In secondo luogo, in questa area si trovano le cosiddette Alture del Golan, che secondo la tradizione religiosa ebraica fanno parte della Terra Promessa da Yahweh e rivendicate dunque da Israele. Nell’Ottobre 2024 la zona era stata dunque oggetto di diverse azioni dimostrative da parte dell’Idf: attacchi che hanno colpito persino alcune basi delle forze di peace-keeping dell’UNIFIL – l’agenzia ONU per la sedazione dei conflitti – tra cui quella italiana, che hanno rappresentato quindi gravi violazioni del diritto internazionale. Saltuariamente, anche qui bombardamenti e attentati accadono ancora.
  • Il Mar Rosso e il fronte Yemenita: gran parte dello Yemen (inclusa la capitale Sana’a) è controllato dalla milizia degli Houti, definiti anche come “ribelli” poichè fautori di un’aspra guerra civile contro le forze del governo laico ufficialmente riconosciuto. In solidarietà al popolo di Gaza, questi miliziani assediano il Mar Rosso come veri e propri pirati, bloccando il transito delle navi commerciali Occidentali e adducendo così ulteriore sconquasso alle nostre economie. In particolare, ecclatanti erano stati, questo marzo, gli attacchi contro la portarei USS Harry S. Truman con 18 missili balistici e diversi droni.
  • Fronte Siriano: è uno di quelli più complessi e intricati, data la notevole frammentazione interna a questo paese, dove coabitano molte etnie diverse. Il fronte siriano si è riacceso dopo il dicembre 2024, quando nel paese la milizia sunnita radicale HTS (Hayat Tahrir al-Sham) ha spodestato il regime di Assad, feroce dittatore al potere da oltre 50 anni che si è rifugiato in Russia. Ahmad al-Shara’, l’attuale presidente ad interim, ha promesso il rispetto di tutte le minoranze e l’indizione di elezioni completamente democratiche entro settembre 2025, ma gruppi di estremisti sunniti (di fatto affiliati al governo) hanno comunque compiuto numerose violenze nell’ultimo periodo a gruppi sciiti minoritari come quello Druso. In particolare, quest’ultimo gruppo etnico è un importante alleato strategico dello Stato ebraico, in quanto minoranza molto significativa (ancora più che in Siria) sul territorio israeliano e persino all’interno dell’Idf. Il governo Netanyahu ha utilizzato dunque il pretesto di difendere i drusi per compiere attacchi mirati alle infrastrutture siriane sul suo confine, colpendo obbiettivi strategici di competenza di Hezbollah o degli jihadisti iraniani.
  • Fronte Iraniano: per finire, è importante ricordare il ruolo chiave dell’Iran, la potenza sciita che coordina le milizie islamiche operanti nei paesi citati sopra, facenti tutte parte del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Il regime, guidato da Ali Khamenei, è il principale finanziatore di Hamas e in quanto tale è stato attaccato più volte dall’Idf. Ne abbiamo parlato più approfonditamente in nostri vecchi articoli, che vi lasciamo in fondo se voleste recuperarli.

La tecnologia a servizio delle logiche di guerra

Come in Ucraina, anche nello scenario mediorientale si stanno sperimentando tecnologie sempre più letali: è questo l’ambito che, sottotraccia, vede più coinvolta l’Unione Europea e gli USA nella guerra. Grazie alla collaborazione di big-tech internazionali come Google e Amazon (che forniscono a Israele, rispettivamente, gli algoritmi AI based per processare i dati e lo spazio cloud per immagazzinarli), l’Idf, tramite satelliti a bassa quota e dispositivi installati nelle città palestinesi, è in grado di eseguire scansioni biometriche dei volti dei civili, ottenere le loro informazioni biografiche, le loro foto, i loro video, analizzare i feed dei loro social media per individuare i potenziali nemici e abbatterli con un click.

Quello in corso a Gaza è insomma un genocidio automatizzato dall’intelligenza artificiale: negli anni recenti gli ufficiali israeliani non hanno organizzato una strategia militare in base ai rapporti delle loro pattuglie, ma studiando elenchi di bersagli generati da applicazioni come Gospel, che individua gli edifici da abbattere, oppure Lavender, che decreta i civili come terroristi da annientare in base ai contatti sulla loro rubrica telefonica e ai post visualizzati sui social. O l’ancora più cinica “Where’s Daddy”, che invia un alert quando gli obbiettivi individuati da Lavender erano tornati a casa in famiglia, in modo da colpire nel cuore della notte.

Così l’Occidente, mentre i suoi leader pronunciano parole di condanna nei confronti della carneficina in corso, si sporcano le mani di sangue sotto l’egida del magnate miliardario della destra, nonchè ex socio di Elon Musk in PayPal, Peter Thiel, fondatore della società di raccolta dati Palantir. Ai limiti estremi di diversi trattati internazionali, ha riprogettato gli algoritmi usati per scovare i truffatori in borsa per dare la caccia ai “nemici dell’Occidente”, offrendo i suoi servizi di sorveglianza occulta ai governi NATO, oltre ad altri 30 paesi, tra cui Israele. Così la sua società, attualmente amministrata dall’amico Alex Karp, ha visto aumentare il valore delle sue azioni al Nasdaq di oltre il 400% a seguito del 7 Ottobre 2023.

La questione degli ostaggi e dell’antisemitismo crescente

In una situazione così delicata si diffonde sempre più l’estremismo: la rinnovata ondata di antisemitismo che travolge le nostre società si fa, in risposta agli orrori che avvengono in Palestina, sempre più pericolosa. La più generale polarizzazione ideologica degli ultimi tempi fa sì che seminando odio si generi altro odio, e così aumentano gli attentanti antiebraici: il CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) nella sua relazione del 2024, ha registrato un raddoppio dei casi di antisemitismo. A seguito di 1.384 segnalazioni, sono 877 gli episodi di antisemitismo selezionati come tali dall’Osservatorio. I dati del 2024 sono quasi doppi rispetto a quelli del 2023 (454). L’ultimo caso ecclatante è stato quello di un turista francese che indossava la kippah, preso a calci e pugni da un gruppo di quindici/venti persone davanti a suo figlio di sei anni, in un autogrill all’altezza di Milano Lainate, al grido di “Free Palestine”.

Oltre alla sofferenza del popolo palestinese, è poi molto importante ricordare anche quella degli ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas (circa 50, di cui non si sa quanti ancora vivi), insieme a quello delle loro famiglie, costrette a vivere da più di anno e mezzo nella straziante attesa di riavere indietro i propri cari.

Gli ultimi video diffusi da Hamas ritraggono il 22enne Rom Braslavski e il 24enne David Evyatar, entrambi ridotti pelle-ossa e irriconoscibili dai familiari non solo dall’aspetto ma anche dai gesti e dalle parole, probabilmente dettate loro dai miliziani che li tengono prigionieri. Intervistato al Corriere della Sera, il cugino di Evyatar Matan Eshet ha espresso grande preoccupazione e senso di abbandono da parte della comunità internazionale e del governo Netanyahu.

“Sappiamo cosa succede lì, ce lo ha raccontato bene Omer (un suo conoscente, ostaggio liberato – n.d.r.)”, ha dichiarato. “Ha spiegato che mangiavano un pugno di riso al giorno, mentre i terroristi cucinavano nella stanza accanto facendogli sentire l’odore del cibo. Quando hanno scoperto che era il suo compleanno l’hanno picchiato con un piede di porco. (…) Non l’ho mai detto prima, ma [i video di Hamas] mi fanno pensare all’Olocausto.”

Miraggi di una pace irraggiungibile

Come abbiamo visto sino ad ora dunque, siamo davanti ad un teatro di guerra pieno di complicati intrecci, allagato da un mare di odio e di dolore che non permette più di distinguere, come nel conflitto Russo-Ucraino, quale sia l’aggressore e l’aggredito. E nonostante la grande mobilitazione di cittadini di tutto il mondo per la pace, i negoziati sono in stallo, perché ognuno della pace ha una visione propria.

C’è chi, come i ministri israeliani dell’estrema destra religiosa Ben Gvir e Smotrich pensano ad un espatrio volontario dei gazawi per trasformare la loro terra nella “Riviera di Gaza”, il resort di lusso immaginato da Donald Trump. C’è chi invece sostiene l’alternativa dei “due popoli in due stati”, ma da una parte Netanyahu è consapevole che una fine definitiva della guerra significherebbe, per molti motivi interni, la sua fine politica, dall’altra Hamas, pur conscia di essere ormai al collasso, non vuole rinunciare al governo della Striscia.

Diverse cancellerie europee, a cui si aggiungono anche quelle di Regno Unito e Canada (ma non quella dell’Italia meloniana) stanno cercando di mettere alle strette Israele contestualmente a quest’ultima alternativa di pace riconoscendo formalmente, in sede della prossima assemblea dell’ONU in programma a Settembre, lo Stato di Palestina. Si pensa di varare anche alcuni pacchetti di sanzioni economiche, ma non si parla, invece, di un embargo alle armi verso Tel Aviv e della cessazione degli accordi di cooperazione in ambito militare e tecnologico. Senza una mossa da parte statunitense poi tutto questo rischia di sortire effetti poco significativi, se non meramente simbolici.

E l’atteggiamento di Trump, purtroppo, non sembra che verta nella giusta direzione: ha dichiarato infatti che non interferirà con i piani israeliani di occupare l’intera Striscia di Gaza. “Dipenderà in gran parte da Israele”, ha detto riguardo la proposta del primo ministro Benjamin Netanyahu – che dovrà ricevere l’approvazione definitiva del governo entro la fine della settimana – di prendere il controllo dell’intera enclave, anche se questo metterebbe in pericolo la vita degli ostaggi rimasti nelle zone non ancora conquistate dall’esercito.

Insomma, attualmente si allontanano anche le ultime prospettive di un cessate il fuoco temporaneo…

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