[ foto di copertina di ancorafischiailvento.org ]
Finalmente, grazie alla mediazione di Stati Uniti, Egitto, Qatar e Arabia Saudita, l’8 Ottobre 2025 Israele e Hamas hanno raggiunto un’intesa per la cessazione graduale del conflitto nella Striscia di Gaza. Non possiamo che gioire davanti alla cessazione dei bombardamenti dopo due anni di ostilità con pochissime e brevi pause. Non possiamo non gioire della liberazione di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas e dalle milizie jihadiste da esso affiliate, nonostante non pochi di loro siano morti prima del raggiungimento di questo accordo. Immagini come quelle trasmesse in diretta dalla Striscia dalle videocamere della Reuters sono commoventi: ci mostrano un popolo e una Palestina di nuovo fiduciose nel futuro; ci mostrano la nascita di una piccola luce di speranza in una terra distrutta e dilaniata dalla sofferenza e dalla fame. E’ indubbio che la tregua appena entrata in vigore costituisca un primo passo essenziale e non banale verso la pace, e questo va doverosamente riconosciuto, ma dall’altra parte non bisogna neanche cadere nella propaganda autocelebrativa e in pieno stile “panem et circensem” (come ho approfondito in uno dei nostri ultimi episodi podcast) di Donald Trump, che vorrebbe già assegnarsi il premio Nobel per la Pace.
In questa sede infatti vogliamo essere obiettivi, e capire cosa concretamente comporti l’accordo di pace. Riassumendo in poche parole quello che adesso approfondiremo e argomenteremo con più dettagli, l’annosa questione israelo-palestinese è ancora ben lungi dall’essere risolta, e chi ha davvero a cuore le sorti del popolo palestinese dovrà ancora lottare a lungo per vedere riconosciuti i diritti di quest’ultimo.
Partiamo da un punto di vista meramente formale. Il testo dell’accordo è rimasto sostanzialmente invariato rispetto alla bozza presentata in conferenza stampa congiunta da Trump e Netanyahu due settimane fa (che avevamo analizzato a Il mondo in subbuglio): nel brevissimo lasso di tempo delle negoziazioni avvenute a Sharm El Sheikh, durate meno di una settimana, si è riusciti a discutere solamente gli aspetti tecnici più contingenti. Di fatto è stata approvata ufficialmente solo la prima delle tre fasi in cui è stato strutturato il piano di pace, dunque per il momento è stato solamente concordato, nell’ordine:
- Il cessate il fuoco immediato nella Striscia, entro ventiquattr’ore dall’entrata in vigore dell’accordo;
- Il rilascio, entro 72 ore, di tutti gli ostaggi israeliani in vita e la restituzione di quelli deceduti da parte di Hamas, contestualmente al rilascio di 1950 detenuti palestinesi da parte di Israele;
- Il ritiro graduale (senza scadenze temporali precisate) dell’esercito israeliano dalla Striscia, che in questa fase non sarà totale, lasciando presidiare all’IDF aree di confine come il Valico di Rafah;
- L’accesso alla Striscia dei camion di aiuti umanitari delle organizzazioni internazionali (durante il conflitto essi potevano essere consegnati esclusivamente dalla controversa ONG americana Food for Gaza).
Rimangono ancora moltissime questioni cruciali in sospeso (come le modalità del disarmo di Hamas, sempre che quest’ultimo accetti di sciogliere ogni suo braccio militare), e per passare alle prossime fasi del piano dunque si dovranno affrontare nuovi negoziati. Uno scenario molto simile si era verificato a Gennaio 2025: l’ex presidente USA Joe Biden aveva proposto un testo molto simile nei contenuti a quello approvato pochi giorni fa, anch’esso strutturato in più fasi. Grazie alle pressioni immediate su Israele di Donald Trump, appena iniziato il suo mandato, l’accordo di Biden era finalmente giunto in porto, ma concluso il primo periodo di tregua accuse reciproche, sia da parte di Hamas che da parte di Netanyahu, di violazione degli accordi avevano interdetto l’inizio di nuove trattative, facendo ricominciare la guerra.
Allo stesso modo, nonostante ci sia sicuramente più motivazione e disponibilità da tutti gli attori coinvolti, anche oggi ci si è accordati solo su pochi punti di massima, rimandando a più tardi questioni che continuano a dividere i vari interlocutori, ma che sarà fondamentale sciogliere se la tregua vorrà essere duratura. E pure su quegli elementi minimi rispetto ai quali sembrava essersi raggiunta una convergenza si registrano ancora parecchi malumori. Per citare gli esempi più eclatanti, il trattato è stato ratificato dal governo israeliano senza i voti dei ministri della destra ultra-sionista Ben Gvir e Smotrich, che continuano a ragionare con una prospettiva bellicista. D’altro canto, Hamas non sembra essersi arresa del tutto al rifiuto, da parte di Israele, di rilasciare l’attivista palestinese Marwan Barghuthi, ergastolano di Fatah (una milizia con un braccio politico di centrosinistra che, dopo una serie di scontri violenti con Hamas sembra ora convinta ad intraprendere una riconciliazione con quest’ultimo) dall’ampio consenso in Palestina, definito da molti “il Mandela palestinese”.
La cerimonia pubblica di ratifica multi-laterale del testo di pace per intero si è svolta poche ore fa sempre a Sharm El-Sheikh, e oltre al solito esibizionismo da parte del presidente statunitense che ha colto l’occasione per una foto opportunity con i leader di tutto il mondo, mi preme far notare il “dettaglio” che non hanno presenziato nè rappresentanti israeliani nè di Hamas, che tra l’altro hanno raggiunto l’intesa senza mai incontrarsi direttamente.
C’è stato però il presidente dell’Associazione Nazionale Palestinese Abu Mazen; tuttavia, facendo un’analisi più profonda sui retroscena di questo accordo, questo non vuol dire che il popolo palestinese abbia avuto una reale rappresentanza in questo processo di pace. E non mi si può, permettetemi, contraddire facilmente affermando che i Palestinesi siano stati rappresentati da Hamas, perchè sicuramente se questa milizia avesse avuto a cuore gli interessi dei cittadini del proprio paese non li avrebbe usati come scudo umano contro gli attacchi di Israele, che ricordiamolo sempre, ha suscitato consapevolmente. Servirebbe un approfondimento più completo per capire a fondo le questioni ben più profonde di quanto appaino che animano, da un passato remotissimo, le tensioni nella regione Mediorientale. Ma facendo una sintesi atta a sostenere il mio ragionamento, ricordiamoci che prima del 7 Ottobre Hamas era stata praticamente annientata, e non rappresentava certo più una minaccia per uno stato come quello di Israele, avviato a distendere i propri rapporti con il mondo islamico tramite gli accordi di Abramo. Proprio per boicottare quest’ultimi, aspettando volutamente una reazione disumana da parte di Tel Aviv e accrescendo così l’antisemitismo a livello mondiale i miliziani jihadisti hanno organizzato la carneficina del 7 Ottobre 2023, e Israele è più che pienamente caduta nella loro trappola.
Il risultato: Israele, già sulla soglia di una guerra civile prima di tutto questo putiferio, non solo si è macchiato di un crimine tra più nefasti, come quello del genocidio, ma ha intrapreso una guerra che ha spaccato ancora di più la sua società. In diversi aggiungerebbero che così facendo si è anche isolato e giocato il supporto pieno degli alleati occidentali, ma dire questo secondo me è più di una grande inesattezza, perchè se così fosse stato davvero, e se davvero organismi come l’ONU e la Corte Penale Internazionale avessero una reale legittimazione e un reale campo di azione, Netanyahu e suoi ministri estremisti sarebbero in carcere già da molto tempo, e ad ogni modo non avrebbero potuto continuare, senza i rifornimenti di armamenti decisivi da parte di USA ed Europa, a perpetrare la strage di civili fin’ora ininterrotta.
Non dobbiamo dimenticarci, in ultima analisi, dei grandi interessi economici dietro alla firma di questa pace: Gaza, così come l’Ucraina del resto lo è di terre rare, è ricca di giacimenti di combustibili fossili come gas naturale e petrolio, ed è naturale che aree di questo tipo, soprattutto se soggette ad un’instabilità politica e sociale grave, siano oggetto di contese. E da un business-man come Donald Trump non vedremo certo finalmente garantiti i diritti dei palestinesi: al contrario, scavando tra i dettagli tecnici di un accordo globalmente condivisibile da tuttti, apprendiamo che, nonstante nessun gazawo venga formalmente obbligato a lasciare la Striscia, la ricostruzione di quest’ultima avverrà interamente ad opera di privati.
Cosa di tanto diverso dalla famigerata “Riviera di Gaza extra-lusso” potrà mai sorgere, così facendo, dalle macerie di Gaza? E cosa potranno mai fare i palestinesi in questa terra, se non camerieri e servetti sottopagati?
(Sempre che poi si arrivi alle fasi successive della pace, e non riprendano le bombe e la fame)


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