Una settimana fa esatta a quest’ora mi trovavo in un meraviglioso salotto letterario a Roma. Quartiere Coppedè, splendida cornice architettonica, luci soffuse, quadri espressionisti, stile un po’ retrò… e atmosfera accoglientissima, magica, a casa di Francesca Piro, che per una sera ha trasformato il suo appartamento in un luogo di incontro e di parole. Un vero porto di mare (ma sulla terra ferma), come quelli in cui approda sempre la nostra Mediterranea. E la scorsa domenica, con Giorgio Maria Cornelio, Giuditta Chiaraluce, Danilo Maglio e tanti altri amici di Congerie (vedi articolo sui Fumi della Fornace), ci siamo calati tutti insieme nell’universo dell’Ufficio delle Tenebre: un mondo di umane speranze e umane rivoluzioni, di potere tratteggiato in chiaroscuro, di dolci catastrofi, di sussurrati Memento mori.
Un libro di poesie e allo stesso tempo un dramma teatrale in tre atti, un viaggio alla scoperta delle contraddizioni più intime dell’essere umano attraverso le ombre sottili disegnate da Giuditta, i versi sussurrati, suggestionanti, semplici e insieme magniloquenti di Giorgiomaria, il coro di gesti, movimenti, voci e corpi diretto da Danilo.
Li chiamo per nome perché è proprio dalla loro semplicità e spontaneità che parte la rivoluzione delle Tenebre: la storia del crollo della fornace di mattoni di Valle Cascia al vaglio del processo degli animali, il ritratto dell’effimerità di un epoca e dei suoi ideali, la desolazione della disfatta elevata al fascino di un rito liturgico dimenticato.
Come infatti ci hanno spiegato loro stessi, l’Ufficio delle Tenebre (Officium Tenebrarum) è un rito liturgico cattolico che è stato soppresso con il Concilio Vaticano II.
Si svolgeva in memoria della Passione di Cristo, e verteva intorno al simbolismo della saettia, un candelabro triangolare, composto da 15 candele. La prima parte prevedeva la recita del mattutino e delle lodi, che comprendevano in tutto 14 salmi: ogni volta che si concludeva uno di quelli, veniva spenta una candela, alternando una sul lato destro e una sul lato sinistro. Al termine del Benedictus (l’ultima lode), si giungeva alla seconda parte: tutte le altre luci nella chiesa venivano spente (incluse le cinque candele sull’altare), e l’ultima candela rimasta accesa veniva tolta dalla saettia e nascosta dietro l’altare. La chiesa piombava nel buio totale. Iniziava allora lo strepitus: i fedeli sbattevano i libri e le mani contro il banco e pestavano i piedi; simboleggiando il Cristo perito e l’abbandono di ogni speranza. Ma è mostrando di nuovo la candela ai fedeli, che li si lasciava congedare, in silenzio.
Ne traiamo che quindi, in fin dei conti, anche quando tutto è distrutto, ed ogni speranza è persa, nessuna causa può essere perduta per sempre.
E ciò che ci suggerisce l’Ufficio delle Tenebre (questa volta il libro e dramma teatrale) è che, proprio toccando il fondo, sciogliere l’equazione del proprio dolore diventa semplicissimo: basta invertire i termini.
Così ciò che estingue diventa capace di salvare, così amare il proprio oppressore e il proprio nemico diventa il peggiore torto e il migliore colpo basso nei suoi confronti. E come scrivevo nel mio ultimo articolo, steso di getto proprio durante la lunga notte tempestosa in viaggio verso Roma (sono state 12 ore di autobus, vi lascio immaginare), questo segna un momento fondamentale per riuscire nel cambiamento: come piace dire a me, le res novae (= la rivoluzione, letteralmente “le cose nuove”) che cedono gradualmente il passo ai verba nova (= “le nuove parole”). Perché per andare fuori dagli schemi di una società ingiusta, e soprattutto per costruire non solo un’alternativa solida e credibile, ma innanzitutto un’alternativa vera, non possiamo esimerci dall’uscire fuori dagli schemi delle sue parole. Non lasciare all’avversario l’occasione di ostentare la sua finta forza, non ridurre il confronto ad una prova muscolare, bensì affrontarlo direttamente alla radice della sua identità: abbandonare il terreno dello scontro frontale e polarizzato, e approdare in uno ancora in gran parte sconosciuto.
Non si tratta di un campo di battaglia, bensì di un luogo di incontro. A dare inizio al confronto non è lo sfoderamento della spada, ma lo spogliarsi reciproco delle proprie vesti. Non si combatte, non ci si infilza, non si apre una nuova ferita nell’altro per sanare le proprie: nudi, bensì, ci si tocca a vicenda le vecchie ferite, ed esse si sanano a vicenda. Così si cresce insieme: si smonta radicalmente il teorema della legge del più forte, e insieme ci si salva.
Ma attenzione: non dimentichiamoci del tempo intermedio del coraggio! Questo è il memento profondo, o almeno secondo la mia interpretazione, dell’opera: deve prima venire il momento di andare oltre ciò che è noto, di superare l’intima paura del buio. Bisogna gettarsi nel vuoto, e fidarsi. Questo è il piccolo passo che concettualmente è un enorme passo: un passo talmente grande da poter essere suddiviso in milioni di passi più piccini. Che però, come ci rammenta chiaramente l’Ufficio delle Tenebre, vanno fatti tutti: il paradigma passato va completamente smontato. Anzi: bisogna smettere di pensare di dover demolire. Bisogna andare (e qui ci ricolleghiamo ancora al mio ultimo articolo) oltre il proprio ruolo, rendendolo strumento, non più limite, di espressione.
Ma così, infine, si giunge alla contraddizione: sempre vi è nella poesia, ed è ciò che la rende amabile e affascinante, come si diceva ai Fumi della Fornace quest’estate. L’essere umano è davvero in grado compiere nella sua interezza il grande passo del coraggio sopra descritto?
Ai posteri l’ardua sentenza. Nella fabula dell’Ufficio, questo non accade, ma le conclusioni di questo sublime romanzo-poema, senza fare spoiler, non fiaccano ogni possibilità futura.
Ad ogni modo, rappresentano a mio avviso alcuni dei primi di quei piccoli milioni di passi a cui accennavo sopra il modo con cui Francesca e suoi ospiti si sono posti. E li voglio davvero ringraziare di cuore, perché sappiano che quello che fanno non è per niente scontato, è preziosissimo. Non è scontato, anche in tempi così moderni, fare cultura di certo livello in maniera non-elitaria, considerare la gente comune all’altezza di messaggi così impegnativi e soprattutto comportarsi ancora con la semplicità e la spontaneità delle persone comuni, che non si chiamano “dottore” o “onorevole” e si danno del tu già al primo incontro, senza darsi vanto della propria conoscenza, ma mettendola a disposizione degli altri con una generosità e un’accoglienza davvero fuori dal comune, anche ad un quindicenne a cui nella stragrande maggioranza dei casi riflessioni così importanti non verrebbero mai proposte dalla scuola pubblica.
Questi, nel nostro piccolo, sono i nostri nova verba: questo è il cammino di cambiamento a cui sono orgoglioso di essermi appena unito.


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