Qualche giorno fa, sfogliando la Repubblica, mi è saltato all’occhio un interessante discorso di Tahar Ben Jelloun intitolato “Elogio della timidezza”, tradotto in italiano da Anna Maria Lorusso: un brano che mi ha colpito e che ha dato tante risposte a molte delle mie domande interiori, sul senso della vita e su come la viviamo. E sì, come avrete intuito, questo è un altro articolo di “filosofia e riflessione”: ad alcuni potrà sembrare troppo pesante o noioso, ma io lo scrivo ugualmente per chi sa capirmi.
Leggendo quel discorso, mi sono fatto una diversa idea della timidezza, sentimento che anch’io ho sperimentato crescendo e che in diverse occasioni ha rappresentato per me un grande limite.
Ho scoperto che, in realtà, la timidezza è una forma di anticonformismo molto raffinata: un anticonformismo che non è supponente, superbo, spavaldo o esibizionista, ma riservato, umile, nascosto nel nostro subconscio.
Significa essere consapevoli della propria diversità, ed essere consapevoli anche di come le persone, mediamente, ragionino e agiscono.
L’uomo pensa e agisce sempre relativamente a ciò che ha intorno, a chi e a come lo ha cresciuto e alle esperienze che ha vissuto. Per quanto ci si possa provare, è impossibile atteggiarsi incondizionatamente da tutto.
D’altra parte però, la mente umana ha bisogno di certezze, di verità assolute, che però, come abbiamo già visto in un vecchio articolo, non esistono. La relatività, intesa come diversità dei tanti modi esistenti di interpretare la realtà, è un concetto che per gran parte di noi è difficile da interiorizzare e fare proprio completamente.
Per questo la società è fatta di canoni, modelli e stili di vita da seguire di diversa natura, più o meno radicalizzati. Ci sono mode e tendenze che interessano soprattutto il mondo giovanile, la cultura, le tradizioni e i costumi tipici dei popoli: tutte cose che contribuiscono a creare un sentimento d’identità comune che può essere positivo, ma che possono diventare anche, purtroppo, fattori di discriminazione. Perchè quando in una comunità di persone c’è un nuovo arrivato, si possono verificare due diversi scenari.
Nel primo, essa si dimostra capace di includere il diverso, facendo della sua storia e dei suoi valori fonte di arricchimento: si crea così un insieme virtuoso, fatto dall’unione di tante sensibilità ed esperienze diverse e dunque complementari tra loro.
Nel secondo, che si verifica più spesso, sebbene in misure diverse a seconda delle situazioni, proprio a causa di quella propensione della mente umana che ho spiegato prima, la comunità rigetta lo straniero e le sensibilità differenti da quelle che ha fatto proprie. Fa fatica, o addirittura è totalmente indisposta, a mettersi in gioco per accettare i modi alternativi di vedere le cose, con una cinica supponenza che mette in una posizione di estrema debolezza emotiva gli estranei interessati a farne parte.
Davanti a una situazione simile, le persone propendono a seguire la strada dell’omologazione, ma in due modi diversi. Alcuni la seguono senza fatica, avendo sollievo e sentendosi così finalmente a proprio agio: questo però, inesorabilmente, va ad alimentare queste realtà negative che così sopravvivono eternamente.
Altri invece, non riescono a denaturarsi per seguire “la massa”, e allora, nasce così il sentimento della timidezza. Si isolano, perchè hanno paura del giudizio degli altri, vedono nella loro diversità un handicap, e non il prezioso valore che veramente è, proprio perché hanno paura di trovarsi sempre davanti a chi non li capisce.
Questo sentimento, per esperienza, sa essere pesante e difficile da gestire. Non ci permette di vivere a pieno la nostra vita, ma piano piano, può essere superato. Non è facile, ma basta ricordarci che esiste anche chi è disposto ad accoglierci per come siamo davvero, e che ad ogni modo, cercando di sperimentare un po’ di pensiero “assoluto”, il nostro modo di essere ci rende speciali.
Esistono anche le comunità dello Scenario 1, quelle virtuose, che sanno accogliere tutti indipendentemente da ogni stereotipo.
Serve solo un po’ di coraggio, tanto quanto serve per trovare le persone giuste. Ci potrebbe volere un po’ di tempo, ma proprio per questo è indispensabile cercare di mettersi in gioco facendo nuove conoscenze: quando troveremo qualcuno che non ci fa stare bene, lo lasceremo al suo destino cercando un amico/a vero/a, e quando ci riusciremo, avremo finalmente un’opportunità di riscatto, che ci porterà ad una vita felice insieme agli altri, aperti al mondo.


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