La zona d’incandescenza del complesso conflitto mediorientale si sta spostando da Gaza verso il sud del Libano: qui non solo sono state mobilitate da Israele nuove truppe, ma si tramano strategie di guerra ibrida con i servizi segreti, in un fitto intreccio di sotterfugi, hackeraggi e corruzione.
Nelle giornate di martedì e mercoledì ad esempio, verso le ore 15:00, sono stati fatti esplodere in contemporanea centinaia di cercapersone e walkie-talkie, con il risultato di almeno 31 morti e 4300 feriti. Si trattavano di strumenti utilizzati dai miliziani di Hezbollah e degli altri combattenti islamici per comunicare tra loro sfuggendo alla sorveglianza del Mossad, i servizi segreti israeliani, dato che i cellulari sarebbero stati troppo facilmente tracciati. Ma evidentemente, neanche questi altri obsoleti strumenti erano sicuri… così come automobili, televisioni, pannelli solari, tostapane appartenti anche a civili, esplosi all’improvviso in modo assolutamente inaspettato.
Come sia stato possibile condurre questa operazione così brutale e meticolasamente pianificata è ancora un mistero. Di certo è stato un attacco che ha messo a nudo, ancora una volta, i due più grandi limiti delle milizie islamiche che gravitano intorno al regime iraniano.
Il primo riguarda la netta inferiorità, in termini tecnologici, rispetto ad Israele: quest’ultimo vanta sistemi di difesa come l’avanzatissimo Iron Dome, che gli estremisti islamici di certo non possidedono, e di un intelligence ben orchestrata. Ma quello più grande è certamente relativo alla grande infiltrabilità delle milizie e della disorganizzazione interna: questo attacco ibrido, così come l’assassinio dell’ex capo politico di Hamas Ismāʿīl Haniyeh nel cuore della capitale Beirut, non sarebbe stato neanche immaginamile senza la collaborazione di combattenti della Jihad corrotti dal Mossad: potrebbero infatti essere stati ingaggiati propri questi ultimi, forse, per l’installazione delle microcariche di esplosivo all’interno dei dispositivi.
Ad ogni modo, ci sono due fatti che rimangono oggettivi alla fine. Innanzitutto, comportandosi in questa maniera il governo di Netanyahu ha scelto di combattere il terrorismo con altro terrorismo, cosa che rappresenta non solo una grande violazione dei diritti umani, comunque neanche paragonabile alla terribile carneficina che si consuma ogni giorno a Gaza, ma anche un’imprudente violazione degli impegni diplomatici presi non solo con la Palestina, ma con gli stessi alleati occidentali, nel perseguimento di un cessate il fuoco. Cessate il fuoco che, secondo fatto oggettivo, si allontana ancora di più, dato che il premier pro-tempore libanese, Najib Mikati, ha dichiarato che il governo si sta preparando a «possibili scenari in caso di attacchi israeliani diffusi». Questo vuol dire che a Beirut adesso si teme davvero una guerra aperta o comunque una operazione militare israeliana su vasta scala: in parole più semplici, si è pronti per una significativa escalation.


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