Ricordiamo la morte, la sofferenza e la distruzione che questa e ogni altra guerra porta alle persone nel Mondo, riflettendo a fondo sulle concause che ci hanno condotto a questa situazione e pensando seriamente, in questo intrigato scenario, al ruolo che vogliamo assumere
Quest’oggi, 24 febbraio 2025, ricorrono tre anni esatti da quando la Federazione Russa ha iniziato la cosiddetta “operazione speciale” sul suolo ucraino.
Secondo il bilancio dell’Uppsala Conflict Data Program (Svezia) le persone uccise, tra soldati e civili di entrambe le parti, dall’inizio del conflitto sarebbero tra le 170.000 e 140.000. Ma altre stime ipotizzano addirittura 1 milione di perdite solo tra i militari ucraini. L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite (OCHR) ha stimato 12.654 civili morti in Ucraina, di cui almeno 669 bambini, e oltre 29.000 feriti. Il giornale britannico The Telegraph stima invece che Vladimir Putin abbia rapito più di 20.000 bambini ucraini, strappandoli dalle loro famiglie e senza che ora si sappia più niente di loro.
Dentro queste statistiche si cela il dramma di popolo che soffre da oltre 1095 giorni: giorni di paura, di tristezza, interminabili, che è sempre bene ricordare prima di ogni altra cosa. Ma si celano anche i frutti di una tensione tra gli attori geopolitici internazionali di tutto il mondo alle stelle, come mai era stata dai tempi della Guerra Fredda. Sono le statistiche di una guerra scoppiata come una bomba ad orologeria, latente, pronta ad esplodere da tempo non solo in Ucraina, ma in modo capillare su tantissimi territori, seppur con attori diversi (si veda il complesso scenario Mediorientale). E che delinea dinamiche in cui è più che mai necessario prendere posizione davanti ai fatti, e agire, senza titubanze, facendo sentire la propria voce in modo forte e chiaro; altrimenti si rischia l’irrilevanza. Soprattutto ora che, con Donald Trump alla Casa Bianca, si accelera verso una direzione ai più inaspettata.
Con lo “strappo” della nuova amministrazione americana rispetto alla precedente, si delinea un già palese fallimento delle istanze della “pace” e del diritto internazionale finora sollevate dall’Occidente, che con circa 276 miliardi di euro complessivi offerti a Kiev come aiuti militari non è riuscito a cambiare di una virgola la situazione in campo, che a stento si riesce a mantenere in stabile di fronte a una dirompente avanzata degli invasori russi, che occupano attualmente oltre il 20% del territorio ucraino. L’Europa ha cercato di sostenere Kiev con ogni mezzo a sua disposizione, a difesa dell’ideale democratico che ne ha costituito la fondazione, ma ora, si scopre inesorabilmente una pedina della vera partita in atto. Certamente non quella per la libertà o per la pace, ma per le famigerate terre rare e per l’immenso potenziale economico delle risorse dell’Ucraina: il vero movente della campagna imperialistica di Putin e allo stesso tempo molto attrattivo anche per il nuovo presidente USA, che ora pretende queste materie prime cruciali dal punto di vista strategico come risarcimento per gli aiuti militari dati.
Così i primi dialoghi di distensione tra Mosca e l’Occidente coinvolgono solo Trump e Putin perché non riguardano, almeno a nostro avviso, negoziati di pace per la salvezza dell’Ucraina e dell’Europa, ma negoziati per la ripartizione delle zone di influenza economica di America e Russia. E allo stesso modo, proprio in una giornata solenne come quella di oggi la delegazione degli Stati Uniti vota contro la risoluzione dell’ONU che condanna l’aggressione russa come violazione del diritto internazionale, presentando all’esame dell’assemblea una versione alternativa nella quale la posizione dei due paesi direttamente in conflitto viene di fatto equiparata.
Abbiamo già analizzato in maniera approfondita il nuovo modello politico promosso dai trumpiani in diversi dei nostri articoli precedenti: una visione che sta andando alla ribalta nel mondo, ma in tutto questo come ci posizioniamo noi europei? Siamo a un bivio storico, che ci chiede coesione e solidità e che, non c’è da nasconderselo, ci trova gravemente impreparati: seguiremo l’onda dei nuovi imperialismi, oppure alzeremo una voce alternativa? Saremo per mantenere l’assetto democratico dei poteri e contropoteri che costituisce la base della nostra esistenza, a sostegno dei valori costitutivi di un’ONU oramai esautorata, abbracceremo una nuova idea di un ordine economico delle grandi potenze fuori da ogni regolamentazione oppure continueremo ad essere pedine, manovrabili dall’alto, a piacimento e discrezione del presidente di turno alla Casa Bianca?
Tutto dipende ora da noi, da come vogliamo essere ricordati dalla storia e ciò che è certo è che, in ogni caso, se vorremo combinare qualcosa, dovremo farci sentire, e fare qualcosa…


Scrivi una risposta a Zelensky alla Casa Bianca: finisce come nei peggiori talk show. Ci si accinge ad una svolta storica della geopolitica internazionale… – New Geography and Science Cancella risposta