La propaganda dietro ai dazi americani: “liberation” da cosa?

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Come abbiamo già iniziato ad approfondire con l’ultimo episodio de “Il mondo in subbuglio”, con i nuovi dazi applicati a tutti i Paesi esteri il presidente americano Donald Trump ha dato il via ad una vera e propria guerra commerciale globale. Ma quali sono le sue motivazioni? Le sue sono azioni dettate da follia pura o parte di una subdola ma precisa strategia? E con quali argomentazioni il nuovo inquilino alla Casa Bianca sostiene anche in questo caos la sua propaganda? Scopriamolo insieme…

Da un certo punto di vista la nuova guerra dei dazi potrebbe essere letta anche come uno scontro valoriale tutto interno all’Occidente, un mondo la cui epoca di massimo splendore è purtroppo, in maniera sempre più evidente, finita e che si sta avviando, come succede sempre immediatamente dopo ogni epoca di sviluppo massimo, ad un periodo di incertezza, di decadenza, di crisi e scontri interni.

Scontri interni che, in questo caso specifico, riguardano la contrapposizione di due “modelli” di mercato e di economia (semplificando un quadro in realtà ben più complesso e intrecciato): uno puramente capitalista, “libero”, esente da controlli e regolamentazioni se non al fine di trarne maggiori profitti in denaro, ed un altro sempre a base capitalista, ma ammorbidito dai solidi principi della socialdemocrazia, dell’etica e della valorizzazione della qualità dei prodotti prioritariamente alla quantità, e che sappia dunque dare un po’ più di rilevanza al consumatore, completamente succube degli imprenditori invece nel primo archetipo. E’ questa la grande divergenza tra Stati Uniti trumpiani, forti sostenitori del primo, ed Europa “von-der-leyeniana”, che (forse con un po’ meno convinzione, date tutte le frammentazioni tra i singoli Paesi) crede nel secondo. Durante questi anni l’UE ha redatto dunque diverse leggi attinenti a molteplici ambiti del mercato cercando di arginare le ricadute negative che può avere il capitalismo selvaggio: questo è andato bene finché c’era Biden, ma ora a Trump proprio non va giù e così sono stati varati i dazi, all’interno di uno scenario che prevede anche uno scontro frontale con la Cina, uno dei più significativi rivali degli statunitensi proprio perché crede nello stesso modello economico ultra-liberale, e paesi come quelli sudamericani dai quali proverrebbe solo spazzatura.

Ma questo sarà per un prossimo articolo: andiamo piuttosto a scoprire quali sono questi regolamenti europei. Chissà se dovremo rinunciarci per negoziare con il tycoon un abbassamento delle nuove imposte: forse lo capiremo meglio dopo l’incontro cruciale che ci sarà oggi tra la premier italiana Giorgia Meloni e Trump; anche su questo vi terremo aggiornati.

Gli ambiti principali di queste norme sono quelli del mondo tecnologico, alimentare e agricolo e figurano tutte in un grande elenco di “lamentele” dei produttori ed esportatori americani nei nostri confronti, il National Trade Estimate varato dall’ufficio esecutivo del Presidente USA.

Digital Service e Digital Markets acts: ammortizzatori per l’ascesa dirompente delle big tech

Entrati in vigore rispettivamente da agosto e maggio 2023, queste leggi si prefiggono di regolamentare i servizi digitali offerti via internet: in particolare, il primo obbliga le piattaforme online con più di 45 milioni di utenti attivi al mese a rispettare la privacy, la libertà di espressione degli utenti e, notificate segnalazioni da parte dei singoli stati comunitari, a rimuovere i contenuti illegali immediatamente, prevedendo per chi non rispetta il regolamento sanzioni che possono ammontare fino al 6% del fatturato annuo. Il secondo invece prevede paletti rigidi per la gestione della compravendita di tutti i prodotti legati al mondo digitale e mira a contrastare pratiche di mercato scorrette che discriminano i consumatori, portando pochissime grandi aziende ad assumere una posizione di totale dominio, se non di vero e proprio monopolio, rispetto alle altre. Le multe sono ancora più salate: arrivano infatti fino al 10% del fatturato annuo della ditta, addirittura fino al 20% in caso di infrazioni ripetute. A queste si aggiunge poi la Direttiva UE 2018/1808, di approvazione meno recente, che impone alle piattaforme on demand come Netflix, Prime Video, Disney+ e così via di mettere a disposizione dei clienti almeno il 30% di film e serie tv europee, dando a loro ampia visibilità. I singoli Stati membri possono poi, in aggiunta, imporre alle piattaforme di spendere almeno una certa percentuale dei propri guadagni in co-produzioni con case cinematografiche europee: ad esempio, in Italia questo tetto ammonta al 16%, in Spagna al 6% mentre in Francia è variabile tra il 15 e il 24%.

Tutte queste normative stanno causando non pochi problemi ad una grandissima quantità di aziende big tech: sono finite sotto indagine Apple per la gestione del proprio App Store, accusato di ostacolare la concorrenza d Meta per aver imposto forzatamente, nel 2023, agli utenti europei di Facebook e Instagram che non erano disposti a pagare un’apposita tariffa di dare il loro consenso al trattamento e alla vendita di dati personali sensibili. Infine, sotto accusa è anche X di Elon Musk, diventato capo del dipartimento governativo americano del DOGE: secondo le indagini preliminari sulla base delle quali la Commissione UE ha avviato un procedimento di valutazione formale, l’ex Twitter sarebbe colpevole di una progettazione ingannevole dell’interfaccia utente relativamente alle cosiddette “spunte blu” e di carenze gravi nelle misure adottate per aumentare la trasparenza e contrastare la diffusione di contenuti manipolatori o illegali sulla piattaforma, che comportino rischi per il dibattito civico e i processi elettorali.

In “soldoni”, se tutti i processi di accusa contro le big tech americane attualmente in corso dovessero tramutarsi in condanne definitive queste verrebbero multate per una cifra complessiva di € 58,2 milioni.

Protezione dell’artigiano e dei prodotti tipici, divieto d’utilizzo degli additivi e contrasto alla diffusione degli OGM: salvaguardare genuinità e qualità

Nell’ambito alimentare invece ci sono i prodotti con certificato DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta), STG (Specialità Tradizionale Garantita) e quelli con la più generale IG (Indicazione Geografica), tra i quali, in base ad una normativa dell’Unione che entrerà in vigore questo dicembre, entreranno a far parte anche prodotti tipici artigianali e industriali. Lo scopo di queste certificazioni è quello di rendere identificabili univocamente le eccellenze locali e preservarle dalla concorrenza sleale di falsi come il Parmesan del Wisconsin, il cui accesso al mercato europeo è vietato.

Ma ancor prima di questi vengono restrizioni risalenti addirittura alla fine degli anni ’80 sull’uso di additivi potenzialmente cancerogeni come il bromato di potassio o ormoni che stimolano la crescita di animali destinati al macello, come la ractopamina, anch’essi considerati pericolosi per la salute umana. Evidenze scientifiche certe che questi prodotti artificiali rappresentino una reale minaccia non ci sono ma almeno 17 ricerche scientifiche, secondo le fonti europee, riportano rischi potenziali importanti. In UE c’è anche il divieto di usare sostanze chimiche per rimuovere contaminazioni dai prodotti animali, mentre negli USA trattamenti con soluzioni a base di cloro o acido perossiacetico sono assolutamente legali.

Infine, grande controversie sono sorte anche per i prodotti ortofrutticoli geneticamente modificati (i cosidetti OGM), che pur essendo legali anche da noi necessitano però un etichettatura precisa, in cui si specifichi la loro natura di OGM appunto: cosa inconsueta in America, dove invece i produttori si guardano dall’indicare ai consumatori l’utilizzo di sostanze di questo tipo, ben sapendo che altrimenti le vendite calerebbero notevolmente.

E, ovviamente, tutti i prodotti che non rispettano queste regole non possono essere da noi importati.

Divieto d’utilizzo dei pesticidi più inquinanti: un sacrificio per l’ambiente

Come documenta lo studio pubblicato nel 2019 sulla rivista scientifica «Environmental Health», sono almeno 72 i tipi di pesticidi utilizzati negli USA ma banditi in Europa: per questo i prodotti da noi importati non possono presentarli in tracce superiori ad un certo limite, secondo le normative del cosiddetto LMR (limite massimo di residui): questo tetto è stato ulteriormente abbassato per pesticidi particolarmente pericolosi per le api e gli altri insetti impollinatori come il  clothianidin e il thiamethoxam, con disposizioni che entreranno in vigore a partire dal 2026.

In conclusione: cosa hanno fatto gli altri e cosa possiamo fare noi

Ecco dunque spiegata la logica per la quale l’entourage trumpiana definisce i dazi che ha applicato come reciproci, cioè, a loro avviso, risposte proporzionate a restrizioni già applicate dagli altri paesi in maniera indiscriminata. Per questo, al di là degli astrusi calcoli che abbiamo visto nell’ultimo episodio di Radio New Geography and Science  è stato deciso di applicare dazi base del 10% a tutti i paesi e aggiungere poi ai 60 Stati “worst offenders” delle percentuali aggiuntive. Solo queste ultime sono state sospese per i fatidici tre mesi, e in questo lasso di tempo così relativamente breve bisognerà trovare una quadra per evitare ricadute gravissime non solo per noi, ma per gli Stati Uniti stessi. Ma come fare?

Certamente alimentare ulteriormente uno scontro frontale applicando contro-dazi pesanti sarebbe controproducente, come dimostra il caso della Cina dove a furia di “giochetti” si è arrivati all’imposizione di tariffe del 145%. Ma nemmeno stare inermi e subire passivamente un simile delirio sarebbe dignitoso per un’Europa che sta cercando di ritrovare una propria identità.

Insomma, faremo come Messico e Colombia, dove si è raggiunto un accordo di allentamento delle tariffe in cambio del dispiegamento di truppe militari di continemento dei narcotraffici e dei flussi migratori anche con metodi violenti, oppure, come ha fatto il Canada (principale esportatore di energia verso gli Stati Uniti), giocheremo la carta di settori strategici dai quali gli USA dipendono da noi in maniera importante?


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Una risposta a “La propaganda dietro ai dazi americani: “liberation” da cosa?”

  1. Avatar
    Anonimo

    analisi davvero brillante; condivido

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