Stamattina le strade della mia città erano intasate dal traffico, non solo a causa del pesante maltempo, ma anche per via dello sciopero generale di “Blocchiamo tutto”, indetto dall’Unione Sindacale di Base (USB). Un moto di indignazione collettiva per la situazione sempre più perniciosa e tragica in Palestina e per il genocidio in corso con la complicità di tutto l’Occidente. Nonostante tutto io, arrivato a scuola giusto in tempo, fradicio per la pioggia, ho appeso al mio banco questo cartello, non imponente ma comunque ben visibile tenendo conto che siedo in prima fila.
Nella nostra classe nessun docente ha scioperato. Io sono rimasto composto, come sempre: è entrata la professoressa della prima ora, mi sono alzato in segno di saluto, abbiamo fatto la nostra lezione e nessuno è sembrato accorgersi di nulla. Seconda ora esattamente uguale. Alla terza, invece, il messaggio è stato captato sin dalla soglia dell’aula. È stato dedicato, quantomeno, il primo quarto d’ora abbondante della lezione a parlare di quello che sta succedendo. E soprattutto su cosa possiamo fare noi, che ci sentiamo sempre più inermi di fronte a una situazione talmente drammatica. La nostra insegnante ha spiegato a tutti noi come mai ha deciso di non scioperare, come continuare a fare ciò che si è chiamati a fare con rinnovata e maggiore passione ed impegno possa essere un gesto di solidarietà ancora più potente e concreto.
Finita la lezione mi ha preso da parte, chiedendo il mio parere rispetto a quanto detto. “Ti vedo combattivo”, mi ha sorriso. Ci siamo scambiati due parole, ma l’intervallo si è concluso in fretta, e la professoressa è dovuta andare a fare lezione in un’altra classe. Le avrei voluto dire tante cose che non ho avuto il tempo, e anche (lo ammetto), la prontezza e il coraggio, di fare.
Innanzitutto l’avrei voluta ringraziare davvero di cuore. Grazie perchè lei, a parte la professoressa d’inglese che mi ha sorriso frettolosamente, è stata l’unica a notare il messaggio sottile che volevo lanciare. E soprattutto, grazie per avermi considerato all’altezza di un confronto alla pari con lei, nonostante le gerarchie scolastiche.
Accingendomi a scrivere questo articolo, ho riflettuto a lungo sulle sue parole. Parlerò sinceramente: io condivido quello che ci ha detto. Rifiutarsi di proseguire nel proprio lavoro è un capriccio sterile, soprattutto per un insegnante che ha il mestiere di educare i giovani (i futuri cittadini) estirpando il seme dell’odio e della violenza dalla radice. Un ruolo più che fondamentale, dal quale non ci si può sicuramente permettere di astenere. Frattanto però, pensiamo anche come mai, nonostante il nostro impegno quotidiano, una violenza tanto barbara esiste ancora nel 2025. Dove si inceppa il meccanismo? Come mai, nonostante gli infiniti progetti di educazione civica e il costante impegno del sistema scolastico contro l’odio questo ancora rimane in circolazione?
Forse è necessario non solo proseguire, ma anche cambiare. Chiedersi ogni giorno quali sono, al di là delle proprie personali aspettative, i veri effetti sortiti da gesti piccoli e spesso inconsapevoli, ma che possono avere conseguenze enormi in senso sia positivo che negativo. Non si fraintenda: questo è un lavoro di riflessione che dobbiamo fare TUTTI. Secondo me noi alunni in primis, prima di chiedere presuntuosamente conto ai docenti di quello che ci insegnano, dobbiamo pensare a quello che noi vogliamo imparare. E ancor prima, a come vogliamo imparare e a quanto vogliamo sfruttare l’opportunità d’oro che abbiamo ogni giorno potendo andare a scuola.
A seguire poi, però, nessuno, e mi riferisco anche ai maggiori vertici dei nostri Paesi, si può astenere dal compiere sinceramente, al di là di ogni certezza precostituita, questo tipo di riflessione. Autenticamente: sarà doloroso, ma non possiamo più permetterci di mentire a noi stessi. E forse, la piazza e la manifestazione (mantendo sempre la moderazione e evitando inutili bagarre) possono essere una tappa di questo processo.
Questo, a mio avviso, è ciò che dobbiamo fare se vogliamo davvero salvare l’umanità da questo oblio. Voi che ne pensate?


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