La voce degli studenti per “un’altra scuola, un altro mondo possibile” e la sottile rivoluzione dei nostri tempi.

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Venerdì 14 Novembre migliaia di studenti da ogni parte di Italia sono scesi nelle piazze delle loro città non semplicemente per protestare, ma per passare insieme un momento di riflessione di riflessione collettiva. Al motto di “Un’altra scuola, un altro mondo è possibile”, si è ragionato su tante tematiche che toccano trasversalmente il mondo della scuola: dalle criticità dei singoli territori in termini di trasporti pubblici, edilizia scolastica e rappresentanza studentesca, sino ad allargare lo sguardo alla dirimente situazione dei cambiamenti climatici, che ci riguardano ormai sempre più da vicino, alle condizioni del popolo palestinese, ancora pesantemente soverchiato, soprattutto in Cisgiordania, nonostante la tregua attualmente in vigore.

Quello che però a mio avviso distinto questo sciopero studentesco dagli altri è che finalmente non si è scioperato per le mere questioni di politica internazionale, ma si è cercato di mettere in relazione queste tematiche con la nostra vita quotidiana come studenti, con quello che a scuola facciamo e impariamo e come facciamo e impariamo. Si è finalmente iniziato a parlare di benessere scolastico in maniera approfondita: e questo per me è un grande passo, perché prima di poter affrontare la complessità del modo è fondamentale avere piena consapevolezza di se stessi, delle nostre potenzialità così come delle nostre reali conoscenze e capacità e anche delle nostre debolezze, sia nella praticità che nell’emotività.

Io, ad esempio, faccio fatica a non pentirmi davvero amaramente, leggendo le testimonianze riportate dalle piazze di questo venerdì, di non avere avuto la forza d’animo necessaria per scioperare anch’io. Mi sento anche un po’ ipocrita a scrivere questo articolo, ma capitemi, scrivere mi è indispensabile per liberarmi di certi pesi.

Sono stati diversi i motivi per cui alla fine ho rinunciato: il mio irriducibile senso del dovere davanti ad una versione di latino programmata già da parecchio tempo, la mia mente lenta che in questo periodo è stata davvero sopraffatta da impegni, compiti, studio e appuntamenti per potermi permettere di organizzarmi bene (tra l’altro, come avrete notato, non ho neanche pubblicato la poesia di questa settimana, che per di più mi sarebbe bastato copia-incollare dal file in cui le ho già salvate tutte 🫠), la consapevolezza che il giorno successivo sarei partito per Roma (oggi sono qui per un meraviglioso salotto letterario che in qualche modo potrà forse compensare, ma questo è un altro articolo! 😉) e che avrei saltato già almeno un giorno di scuola, l’incertezza per il fatto che sarebbe stata la mia prima volta ad una manifestazione, a cui sarei dovuto andare da solo perché nessuno dei miei compagni aveva intenzione di partecipare. È stata un’occasione mancata: recuperabile, intendiamoci, ma che sarebbe stata comunque particolarmente significativa per riflettere più profondamente su disagi che mi toccano nella quotidianità.

Un pensiero personale particolare che vi vorrei condividere riguarda proprio il meccanismo stesso che mi ha portato a non scioperare. L’ingerenza delle aspettative, la pressione dei troppi stimoli, la paura del giudizio e dell’interpretabilità delle proprie azioni… sensazioni (propriamente ansie) che costruisco arbitrariamente io stesso, che spesso mi fanno confondere il piano della realtà con quello della speculazione. Non si tratta per fortuna di paturnie insormontabili, ma certamente costituiscono un ronzio di sottofondo perenne e alquanto fastidioso. Frustrante, e che spesso mi fa impazzire: mi fa urlare, mi lascia a ruminare pensieri senza senso, mi fa talvolta piangere.

Nel profondo credo che sia questo uno dei problemi alla base di quelli più complessi: ci vergogniamo della nostra fragilità. La scuola, difatti, cos’altro non è se non il primo laboratorio di sperimentazione della vita sociale per i ragazzi?

Ma allora, cosa non sta funzionando, concretamente, nell’utilizzo di questo laboratorio? Cosa ci fa vergognare così tanto della nostre debolezze?

Io ci ragiono spesso, non ho ancora raggiunto delle conclusioni definitive, anche perché penso che a qualsiasi domanda davvero sensata non si possa pretendere di dare una risposta netta e assoluta: il mondo è in divenire, del resto. Ma tornando a noi: forse l’avvento repentino di tante novità, come quella dei social network e dell’intelligenza artificiale, stanno facendo maturare tempi di cambiamento e di superamento di convenzioni profondamente radicate nel tempo. In particolare, la vera rivoluzione del giorno d’oggi sta nel superamento dei ruoli. È un cambiamento dirompente, di proporzioni inaudite: ne stiamo già sperimentando il primo impatto, e come possiamo renderci conto non è per niente facile. Perché ci sta gettando nel caos. Ci sta gettando fuori da un ordine delle cose pieno di difetti ma in cui tutto è comunque approssimativamente prevedibile e calcolabile. Non è un’ondata di innovazione tutta rose e fiori, sono l’ultimo ad essere ottimista: il rischio che si trasformi in un’ennesima rivoluzione francese, che rimpiazza una monarchia assoluta con un regime del terrore ancor peggiore è pericolosamente concreto. Ce lo dimostra con il suo cabaret quotidiano il presidente degli Stati Uniti, che sta facendo della nostra democrazia carta straccia, ce lo dimostrano i leoni da tastiera sui social, ce lo dimostrano, nella scuola, i genitori e gli alunni che prendono a botte gli insegnanti e che fanno ricorso alle bocciature… potrei fare tantissimi altri esempi.

Ma non è meraviglioso che, per questa stessa rivoluzione, un professore o una professoressa vadano oltre al semplice “come state” davanti ai loro scolari? Il potenziale di questa rivoluzione sta nel poter finalmente non dover più recitare una parte: e se con questo sapremo mantenere il massimo rispetto reciproco sempre fondamentale per vivere bene, potremo finalmente capire davvero con chi ci confrontiamo. Potremo avere un tipo di dialogo più onesto con le persone che vediamo tutti i giorni, non guardarle più con quel velo di indifferenza che cala la quotidianità, non sentirci più giudicati, re-innamorarci della socialità.

E forse allora una piazza, in questo senso, è solo una dimostrazione in più di quello che dobbiamo avere tanto coraggio di dire con le parole quotidiane.

Forse, Non res novae tempus est nunc, sed novorum verborum est (= non è tempo di rivoluzione, ma di nuove parole).

Ed è bello pensare che già in tanti (molti ne ho conosciuti, e di cuore le ringrazio) questo lo hanno capito, e ognuno a modo suo, lo mettono in pratica.


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Una risposta a “La voce degli studenti per “un’altra scuola, un altro mondo possibile” e la sottile rivoluzione dei nostri tempi.”

  1. Avatar La linea d’ombra e l’Ufficio delle tenebre: mio oppressore, io ti amo. – New Geography and Science

    […] diventa il peggiore torto e il migliore colpo basso nei suoi confronti. E come scrivevo nel mio ultimo articolo, steso di getto proprio durante la lunga notte tempestosa in viaggio verso Roma (sono state 12 ore […]

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