#ilPERCHÈ: Si può essere davvero “neutrali”?

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Tema per le vacanze estive: “Di fronte a ingiustizie, guerre o discriminazioni, chi resta neutrale può considerarsi estraneo ai
fatti oppure la neutralità di fronte alle ingiustizie rende complici? Esponi la tua opinione in merito
portando anche esempi concreti.”

Prendere posizione in campo di politica internazionale è oggi, per molti di noi, complicato e sovente non indolore. Le principali potenze mondiali, indirettamente per tramite dei loro “Stati satellite”, ma sempre più spesso anche in maniera diretta, sono coinvolti in scenari di guerra intricati ed eterogenei: conflitti a più livelli che si combattono non solo con bombe e missili scagliati contro la popolazione civile, ma anche con attacchi cibernetichi incrociati, ricatti commerciali, sanzioni economiche e dimostrazioni di forza camuffate da trattative diplomatiche. Chiunque si informi con un minimo di assiduità sugli sviluppi geopolitici odierni non può far altro che constatare uno stato di confusione imperante, nonché di sovvertimento sempre più radicale dell’ordine di diritto internazionale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Segnali inequivocabili di questo sconquasso sono da rintracciarsi, ad esempio, nella brutale carneficina in corso tra la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e il Libano meridionale, che molti esperti configurano come genocidio e che in ogni caso, dati alla mano di una stima indipendente come quella della rivista specializzata svizzera “The Lancet Global Healt”, avrebbe mietuto oltre 75.000 vittime complessive. Nella totale impunità di cui godono i vertici di governo israeliani, diretti responsabili di questo crimine e sui quali pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale. Nello scontro diretto con il regime iraniano che gli Stati Uniti hanno intrapreso a partire dal 28 Febbraio scorso deliberatamente, adducendo “motivi di sicurezza” dall’effettività discutibile. Anche nella figura del presidente americano Donald Trump stessa se vogliamo, con il suo eloquio violento, discriminatorio e inaridito nel lessico e il suo comportamento ondivago e contraddittorio. Due “qualità” che, abbinate ad un passato certamente non limpido nel mondo degli affari e della finanza, gli hanno fruttato accuse di insider trading e abuso di potere da parte di numerosi autorevoli analisti: ed è incontrovertibile, in effetti, che nella gestione di dinamiche come quella attinente allo stretto di Hormuz (snodo commerciale fondamentale), le continue dichiarazioni incrociate ora di apertura ora di chiusura alla navigazione, ora di successo diplomatico ora di massima ostilità, con le conseguenti fluttuazioni dei titoli azionari di tutto il mondo, avvalorino tali sospetti. Alle porte d’Europa, infine, non dobbiamo dimenticare l’ormai incancrenito conflitto russo-ucraino. Un’altra devastazione che, con l’aggiunta degli sforamenti di missili dentro i confini dell’Alleanza Atlantica (in paesi come Polonia, Finlandia e Romania), è quello che minaccia più concretamente la stabilità del nostro continente, anche dal punto di vista della sicurezza informatica: nel periodo dal 2023 al 2024, secondo il centro studi CSIS, il numero complessivo di attacchi hacker provenienti dalla Russia e diretti verso Ucraina e paesi NATO sarebbe quasi triplicato.

Constatata la gravità della situazione, sorge spontaneo domandarsi se sia davvero possibile, per noi cittadini comuni, agire concretamente: se l’azione di un singolo individuo possa realmente avere qualche risvolto in un gioco di potenze mondiali che, pur svolgendosi sulla nostra pelle, rappresenta certamente un meccanismo quasi insormontabile; se davvero la passività, di fronte alla crisi, sia la sola scelta possibile: una scelta obbligata.

Brutto a dirsi, ma all’inerzia si sono già arresi in tanti, e più di ogni altro dato lo testimonia il vertiginoso calo della partecipazione democratica. In Italia, l’affluenza alle elezioni politiche è calata dal 93,4% del 1976 al 63,8% del 2022, e solo dal 2008 è scesa di oltre diciassette punti percentuale. Le elezioni europee del 2024, con una partecipazione che si è fermata al 49,69%, sono state poi la prima consultazione su scala nazionale della storia a scendere sotto la soglia del 50%. Molteplici istituti di sondaggi rilevano inoltre una diminuzione dell’interesse, in quasi tutte le fasce d’età, nel seguire le notizie e in ogni altra forma di attivismo civico, dalla partecipazione alle manifestazioni alla sottoscrizione di iniziative di legge popolari. Sono dati preoccupanti, che testimoniano un fatto oggettivo: per una serie di motivi che richiederebbero molte pagine per essere trattati esaustivamente, sempre più cittadini scelgono di rinunciare a prendere parte attiva ai processi decisionali. Sono talmente scoraggiati dalla situazione politica attuale da rinunciare al diritto più importante garantito dalla nostra Costituzione.

Essa infatti, al suo quarantottesimo articolo, recita che «sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età». Proseguendo nel secondo comma, riguardo al voto ricorda anche, tuttavia, che «il suo esercizio è dovere civico». Le parole che hanno scelto i padri costituenti non lasciano spazio ad ambiguità: ciò constato, a questo punto risulta fondamentale chiedersi come mai, reduci della tragica esperienza del fascismo, essi abbiano ritenuto insufficiente rendere la partecipazione alla vita dello Stato un mero diritto. Giungere ad una risposta è molto semplice, anche possedendo una conoscenza elementare della storia del Novecento: in breve, i costituenti avevano colto il vero peso politico dell’indifferenza e di una certa sedicente neutralità, che nell’affermazione del regime di Mussolini hanno avuto un ruolo cruciale e che l’avrebbero potuto possedere di nuovo anche in dinamiche sociopolitiche future. E questa non fu una loro valutazione soggettiva: lo dimostrano fatti storici documentati. Quando ad esempio ci fu la marcia su Roma nell’ottobre 1922 e il governo aveva già mobilitato le forze dell’ordine, il re Vittorio Emanuele III si astenne dal confermare lo stato d’assedio, giustificando la scelta con la volontà di evitare una spaccatura nella società e spianando però al contempo la strada a Benito Mussolini, che divenne primo ministro nel novembre dello stesso anno. La composizione stessa del suo primo esecutivo parla da sé: il partito fascista ebbe il supporto di tutte le principali formazioni liberali. Quest’ultime, sempre nell’ottica di evitare un ulteriore esacerbarsi delle tensioni sociali, pensavano di trattare con Mussolini, in un certo senso “democraticizzandolo”: al contrario, gli consentirono di vincere anche nelle elezioni del 1924, in seguito alle quali, forte di una larghissima maggioranza parlamentare, iniziò la sua svolta autoritaria. Più avanti poi, quando per continuare a svolgere il proprio lavoro tutti i professionisti furono costretti a giurare fedeltà ai principi fascisti, furono in pochissimi a rifiutare: nella categoria dei professori universitari, in particolare, furono solo dodici di milleduecento: parliamo di esattamente un docente su cento. E si potrebbe continuare a lungo con questo tipo di esempi, che testimoniano inequivocabilmente, inoltre, come l’astenersi da prendere una posizione netta è in fin dei conti anch’essa una scelta di campo. In altre parole, la neutralità è comunque una presa di posizione, sebbene tacita, a favore del più forte.

Se parlare della storia in questo senso non è stato abbastanza esaustivo, facciamo anche un esempio più semplice e quotidiano. Cosa comporta, concretamente, passare senza intervenire davanti ad una persona in difficoltà per strada, magari ferita in seguito ad un’aggressione fisica? Qual’è il vero ruolo degli spettatori passivi? Si possono davvero dire estranei? A parte che se la loro presenza fosse poi accertata in sede giudiziaria rischierebbero un’imputazione per omissione di soccorso, in ogni caso il loro atteggiamento giova all’obiettivo dell’aggressore, che evidentemente è quello di svilire la vittima, ancora più svilita e umiliata in quanto lasciata in agonia, senza aiuto e senza dignità. Ancor peggiore (sebbene richiederebbe più coraggio) sarebbe non intervenire a rissa ancora in corso: se ci si riflette, appare chiaro come non cercare di fermare l’aggressione, né cercare di aiutare la parte lesa, né chiamare qualcuno che sappia meglio come intervenire (come del resto oggigiorno fanno in tanti, fermandosi come incantati a riprendere il tutto con il cellulare), comporta in realtà una netta presa di posizione: chiamandosi fuori si legittima innanzitutto lo scontro fisico e, inoltre, ci si schiera dalla parte di chi riuscirà a prevalere, indipendentemente dal fatto che usi la violenza. Si accetta l’eventualità in cui la vittima riesca da sola a cavarsi d’impaccio, ma anche quella in cui soccomba al suo carnefice: decidere di non intervenire vuol dire in conclusione lasciare che le cose vadano come stanno andando, ritenendo che non sia necessario alterare il loro corso.

Da questo esempio emerge in maniera lampante anche come, tuttavia, per uscire dalla passività serva qualcosa di fondamentale: il coraggio e la determinazione. Perché alla fin dei conti, l’inerzia è comoda: rimanendo nel caso dell’aggressione, non ci espone al rischio di venire linciati a nostra volta, e ci risparmia dalla fatica di mantenere il sangue freddo in una situazione di emergenza. Prendere posizione vuol dire uscire dalla propria comfort zone: e tornando all’inizio del discorso, per questo di fronte alla tempesta dell’attualità, piuttosto che continuare a remare contro vento, con fatica, lentamente ma continuando a muoversi costantemente, per molti è più facile convincersi che non vale più la pena di lottare: ci si può riposare finalmente, perché tanto tutto ormai è perduto….

Invece, non può esserci nient’altro di più cinico, e spetterebbe soprattutto a noi giovani ricordare con forza alle nostre società che, come cantavano insieme Morandi, Ruggieri e Tozzi, si può fare di più! Pensiamoci: come sarebbe l’Italia di oggi se non ci avessero creduto i partigiani, che per anni hanno combattuto sulle nostre montagne senza mai desistere per la causa della libertà? E in che condizioni verserebbero gli Stati Uniti (già comunque sconquassati da Trump) se la comunità di Montgomery unita non avesse partecipato agli scioperi organizzati dopo l’arresto di Rosa Parks? Come sarebbe la vita in Sudafrica se persone coraggiose come Nelson Mandela non avessero alzato la testa davanti all’abominio dell’apartheid? Come si sarebbe evoluta la nostra società senza le grandi battaglie per i diritti civili degli ultimi anni Sessanta e Settanta, con le quali si sono conquistati, solo per fare degli esempi, il diritto al divorzio e l’abolizione del delitto d’onore?

Un altro grandissimo cantante come De Gregori centra, in ultima analisi, il vero fulcro della questione: qualsiasi sia la nostra scelta, «la storia siamo noi». Sebbene siamo stati sempre abituati a definirla in relazione alle imprese di re, grandi condottieri, guerre e dinamiche politiche, tutto se ci pensiamo parte dagli strati più bassi della società, intorno ai quali poi si costruiscono quelli più alti e su di essi, a loro volta, la cosiddetta “classe dirigente”. Se ci pesiamo, il modo in cui vengono educati i figli, le professioni, il rispetto per l’ambiente e l’inclusione sociale sono in fin dei conti il prodotto di una lunga evoluzione in cui ogni cittadino, con le sue scelte etiche ed economiche, dà una direzione alla società. Per quanto riguarda tutti gli esempi fatti prima, non bisogna dimenticare che anche nei processi di rivendicazione civile il ruolo di singole persone comuni, mobilitate in massa, è stato cruciale per la loro concreta riuscita. E infine, abbiamo già ampiamente dimostrato come in realtà anche scegliendo di rimanere inerti, alla fine, si asseconda i più forti tra chi partecipa: gli si dà un consenso tacito ma comunque potente. È questo il punto: quale ruolo vogliamo assumere all’interno del grande gioco? Vogliamo davvero rimanere pedine in mano di qualcun altro? Vogliamo davvero lasciare da soli gli uomini, le donne, le bambine e i bambini che soffrono sotto le bombe?

È innegabile, e io stesso l’ho sperimentato, che anche per chi guarda al mondo con buona volontà scorgere una luce di cambiamento in mezzo alla nebbia richiede una straordinaria longanimità: non è facile e non dobbiamo scoraggiarci se ogni tanto veniamo presi dallo sconforto. Come abbiamo visto in apertura del resto, sarebbe ingenuo nascondersi che la situazione è molto grave. Ma proprio per questo motivo è ancora più importante agire, partendo da piccoli gesti: non bisogna certamente dimostrare al mondo di essere eroi, bisogna semplicemente partecipare con gli strumenti che la Costituzione, come abbiamo visto, affida ad ogni cittadino. Oltre all’esercizio del voto, che rappresenta a mio avviso solo la messa a punto “ultima”, ma comunque indispensabile, di un impegno più ampio, possiamo manifestare, aderire a iniziative del territorio come attività di beneficenza o sensibilizzazione rispetto a determinati temi, mantenerci informati e seguire, con criticità, il dibattito pubblico, anche cercando fonti alternative a quelle mainstream che spesso presentano preconcetti verso una parte politica piuttosto che un’altra. Ma agire vuol dire anche, molto più banalmente, scegliere con più attenzione i prodotti che acquistiamo al supermercato, guardando non più solo all’indicatore del prezzo, adottare piccole accortezze nella vita domestica (anche il classico “chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti” è già un passo avanti!), preferendo quando possibile l’autobus o la bicicletta all’automobile…

E infine (mi ripeto) è più che mai fondamentale credere nell’azione comune, nel senso pregnante e salvifico dell’unione che fa la forza. Citando le parole un grande politico italiano come Enrico Berlinguer, con cui sintetizzava un concetto caro non solo alla sinistra, bensì da ampie porzioni di tradizioni politiche molto diverse (in primis anche quella cattolica, che, ricordiamolo, configura l’ignavia come un peccato punito nell’inferno): «Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno.»


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