Tema per le vacanze estive: «Compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.» (Art. 3, comma 2 della Costituzione della Repubblica Italiana).
Secondo te quali sono oggi i principali ostacoli che impediscono ai giovani di realizzare pienamente le proprie aspirazioni? In che modo la società e le istituzioni dovrebbero intervenire?
Il terzo articolo della nostra Costituzione è uno dei più carichi di significato dal punto di vista della struttura democratica del nostro paese: proprio in quanto tale, tuttavia, delinea una visione che senza degli sforzi concreti e assidui da parte della politica volti ad implementarla è destinata a rimanere un modello utopico cementato nella carta. Nella vita pratica dei comuni cittadini, difatti, tutte le negligenze delle classi di governo degli ultimi decenni vengono facilmente a galla, dimostrando inconfutabilmente come nella società italiana permangano ancora profonde spaccature di ordine regionale, culturale ed economico.
Questa problematica così contingente nasce, eppure, da un aspetto della conformazione sociale italiana che di per sé avrebbe grandi potenzialità: siamo una società molto eterogenea, multiculturale, un “popolo di popoli” se vogliamo. Ciò è dovuto da precise cause storiche, che sono da rintracciare in primis in un’unificazione nazionale avvenuta in tempi relativamente recenti (solo nel 1861, e senza comprendere molti territori come quello laziale e friulano che verranno inclusi in seguito), nel precedente passaggio di un’infinità di popoli per la nostra penisola (siamo stati conquistati, solo per citare gli esempi più noti, da ostrogoti, longobardi, franchi, germani, arabi, normanni, spagnoli, austroungarici…) da cui sono scaturite le peculiarità culturali di ogni regione, e infine nel fenomeno contemporaneo dell’immigrazione lungo le direttrici del Mar Mediterraneo, che sta accrescendo nel nostro paese la diversità anche sul piano etnico.
Tutta questa varietà potrebbe rafforzare significativamente il progresso della società se si applicassero strategie di integrazione effettive tra i vari elementi. Al contrario, gli sforzi in questo senso sono stati insufficienti e questo ha prodotto in conseguenza una marcata stratificazione delle nostre società, e purtroppo non solo su base culturale. I divari su base economica sono impressionanti: secondo Oxfam il 10% più ricco delle famiglie detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre a dire di un report Eurostat del 2025 ripreso da Il Sole 24 ORE ci sono oltre 5 milioni di persone che vivono con un reddito sotto la soglia di povertà, incluso il 9% dei lavoratori occupati a tempo pieno. Anche le differenze territoriali sono ancora molto accentuate (ultimi rapporti ISTAT alla mano): da quelle nel reddito pro-capite (con picchi oltre i 25.000 euro in Lombardia e flessioni sotto i 15.000 in regioni come la Calabria) a quelle nel tasso di occupazione (91,1% nelle regioni settentrionali contro il 73,3% nel Sud) e nell’indice di rischio di esclusione sociale (con un’incidenza del 39,2% nel Mezzogiorno, quota quasi quattro volte superiore rispetto all’11,2% registrato nel Nord-Est).
Questi effetti negativi sono stati ulteriormente acuiti, inoltre, dal dirompente e sregolato impatto della globalizzazione, che ha inevitabilmente accelerato non solo i tempi di comunicazione, scambio di merci e viaggio, ma anche tutti i nostri meccanismi di relazione con l’altro. Si è così venuti a perdere, sempre più, i tempi lunghi della conoscenza profonda, ponderata e riflettuta, alla base di un’autentica accettazione del diverso e di un’effettiva integrazione interculturale.
Il risultato è che nell’Europa unita dopo secoli di conflitti intestini, dove sorgono moschee accanto alle chiese e ristoranti di cucina cinese, thailandese, indiana accanto a quelli italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, cresce sempre più l’odio razziale (lo certifica l’ultimo rapporto dell’ECRI, la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza). Viene inoltre sdoganata in maniera sempre più diffusa una propaganda ultra populista di estrema destra che cerca di riesumare slogan e concetti di tempi sicuramente non felici; in prima fila a supporto di questi movimenti non a caso vi sono tutti i più grandi volti della finanza mondiale (Elon Musk per il tycoon americano in primis), che proprio dalla globalizzazione hanno ricavato il loro spropositato patrimonio e, di conseguenza, potere.
Queste sono tutte prove del fatto che nel periodo storico attuale stiamo di fatto assistendo ad un esaurimento progressivo, ma sempre più rapido, della spinta ideale che ha risollevato le sorti dell’Occidente dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, in un processo in cui le contraddizioni interne al sistema capitalistico per come l’abbiamo conosciuto finora si esacerberanno sempre più fino a farlo esplodere. E le vittime maggiori di questa situazione non possiamo che essere noi giovani, che a differenza dei nostri genitori nati nel boom economico, dobbiamo costruire da soli il nostro futuro e trovare nuovi punti di riferimento in un mondo che si sta sbriciolando nelle mani di dittatori e multimiliardari.
Che il principale ostacolo alla piena affermazione giovanile sia la situazione che ho illustrato sinora è testimoniato inequivocabilmente dalle statistiche, soprattutto parlando dell’Italia. Qui, anche in conseguenza del grande inverno demografico che di fatto ci sta riducendo ad una minoranza della società sempre meno considerata (secondo l’ISTAT è solo il 20,6% degli italiani ad avere meno di trentacinque anni), i nostri spazi di espressione e le opportunità di crescita si stanno sempre più riducendo. Lo raccontano chiaramente i dati sull’emigrazione e sulla cosiddetta “fuga dei cervelli”: a detta dell’AIRE, l’anagrafe degli italiani all’estero, nel periodo dal 2011 al 2023 sono stati 550.000 i ragazzi sotto i trent’anni a lasciare il nostro paese, ma il record di partenze si è registrato nel 2024, quando ci sono stati oltre 155.000 espatri totali a fronte di circa 52.000 rimpatri. Dovrebbe far riflettere, inoltre, il fatto che mentre fino al decennio scorso i laureati rappresentavano una quota minore degli espatriati, nel biennio 2022-2023 la loro percentuale sul totale dei flussi netti tra i venticinque e i trentanove anni ha raggiunto circa il 51%: del resto un neolaureato italiano ha delle possibilità di guadagno mediamente del 40% superiori lavorando all’estero piuttosto che nel proprio paese, ed è un dato che non dovrebbe stupire visto che la spesa pubblica in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL si ferma gravemente al di sotto della media europea (1,37% contro 2,20%).
C’è però un’altro grande ostacolo alla piena affermazione giovanile, e riguarda un clima di grande contrasto generazionale che si sta sempre più esacerbando. Si tratta di un insieme di dinamiche sottili, che messe insieme compromettono seriamente l’equilibrio delle nostre società e la salute psicologica dei singoli.
Innanzitutto abbiamo un’ostilità diffusa, e quasi mai giustificata, verso le nuove forme di espressione musicali e linguistiche della generazione zeta: i generi più amati dai giovani come il rap e il trap e il loro particolare slang, ricco di contaminazioni provenienti da meme dei social network ed espressioni nella lingua madre dei migranti di prima e seconda generazione, sono etichettati da un’ampia fascia di adulti in modo indiscriminato come “degrado culturale”, mentre chi li condivide è bollato come “un maranza” pericoloso che gira per le strade a creare scompiglio. Il risultato è che all’interno delle fasce giovanili più disagiate questi nuovi canoni espressivi vengono poi veramente caricati di violenza, in chiave di ribellione verso un sistema opprimente nei loro confronti (sono emblematici i casi di artisti come Simba la Rue e Baby Gang che per questo motivo sono finiti in seri guai giudiziari). Allora quello dei “maranza”, nelle periferie di città difficili come Napoli, Roma e Milano, da minaccia immaginaria diventa reale: e mentre la sezione di cronaca nera dei giornali si ingrandisce sempre più, la risposta della politica, di decreto sicurezza in decreto sicurezza, continua ad essere solamente repressiva (solo durante il Governo Meloni sono state introdotte ben 57 nuove fattispecie di reato e 60 nuove aggravanti, solo per fare un esempio pratico) e si alimenta così un circolo vizioso potenzialmente senza fine.
In secondo luogo c’è un sistema scolastico arretrato che generalmente, nonostante l’impegno di tanti insegnanti volenterosi controcorrente, ha un’impostazione ancora troppo verticale, è chiusa a un dialogo davvero alla pari con gli studenti e soprattutto continua ad escludere tutti quei temi e quelle domande scomode a cui invece gli allievi vorrebbero delle risposte.
Questo è a mio avviso un aspetto fondamentale, il più importante, se vogliamo, per capire davvero cosa limiti alla radice la realizzazione di fatto dei ragazzi e dunque dei futuri cittadini: è più che mai urgente smettere di ostracizzare certe tematiche con la scusa che a scuola non si debba fare politica, che bisogna rimanere neutrali, che si debba seguire il programma e si cerchi di evitare contrasti con genitori che potrebbero non apprezzare. E’ cruciale per il nostro futuro che a scuola ci si possa tornare non solo ad istruire ma anche a formare come persone: che non si studino più solo nozioni che scivolano via dalla mente appena finito il compito in classe, ma che si parli anche di attualità, di affettività, di sessualità, di valori costituzionali, di ambiente, di ansie e preoccupazioni e di progetti e speranze per il futuro, di ciò che davvero interessa ai giovani, in maniera più decisa e strutturata.
Si potrebbe controbattere asserendo che questa non sia altro che una mia visione dei fatti parziale e personale, ma anche questo mio parere è supportato da fatti oggettivi: l’Italia, per esempio, è uno dei pochissimi paesi dell’Unione Europea (insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Ungheria) in cui l’educazione sessuale e affettiva non è una materia obbligatoria nei programmi scolastici nazionali, e la situazione è ancora peggiorata con le recenti modifiche legislative promosse dal ministro Valditara, che ha vietato lo svolgimento di attività inerenti al tema per le Scuole Medie e introdotto, per le Scuole Superiori, l’obbligatorietà del consenso informato, firmato dai genitori, per consentire ad ogni alunno di partecipare ai progetti e alle lezioni dedicate: un quadro in totale deroga delle linee guide ufficiali dell’OMS.
Anche per quanto concerne l’educazione civica, nonostante sia stata resa materia curricolare obbligatoria dal 2019 (comunque molto tardi), ci sono molti problemi. Non ha per esempio, a differenza di tutte le altre materie, una programmazione chiara e non le è stata dedicata alcuna ora aggiuntiva al monte ore complessivo: le 33 ore di lezione annuali minime vanno “ritagliate” da altre materie, e dunque quasi sempre il suo insegnamento non è affidato ad un insegnante di ruolo specifico, bensì “in contitolarità” a tutti i docenti della classe, frammentando i voti e riducendo la valutazione finale a una sommatoria burocratica di piccoli moduli scollegati tra loro.
Altra grave lacuna oggettiva della scuola italiana è legata all’insegnamento della storia: è risaputo che, tranne in pochi eroici casi, a rincorrere il programma comunque non si riesce mai ad arrivare allo studio della seconda metà del Novecento e della contemporaneità, che sarebbe invece fondamentale per una formazione civica completa degli studenti.
Infine, i dati più allarmanti e più significativi rispetto all’urgenza di un cambiamento in seno al sistema scolastico sono legati alla salute psicologica: mentre gli sportelli di supporto continuano a dipendere da fondi straordinari e non sono garantiti su tutto il territorio nazionale, secondo un recente studio dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, il 51,4% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungati. L’associazione nazionale Di.Te. poi, su una fascia d’età compresa tra gli 11 e i 19 anni più ampia, certifica che oltre il 60% di loro dichiara che è proprio la scuola ad essere la loro principale fonte di malessere. E infine, la seconda causa di morte per i giovani tra i 15 e i 29 anni continua a rimanere, drammaticamente, il suicidio.
In conclusione, mi sento di affermare che il primo sforzo da intraprendere in maniera collettiva per una società maggiormente a misura dei giovani sia quello di rafforzare la fiducia reciproca tra generazioni. Le modalità con cui si può adempire a questo impegno si evincono già dalla mia analisi sopra: serve sicuramente una politica che, in un’ottica di sviluppo sociale più ampio, sia più attenta alle questioni sociali e capace di scelte più radicali nei campi economici e fiscali, che devono essere maggiormente improntate ai principi costituzionali di progressività e redistribuzione della ricchezza. Il sistema scolastico dovrebbe aprirsi ad una maggiore flessibilità, acquisendo nuova autorevolezza e ritornando ad essere un punto di riferimento di crescita, anche sociale e personale, per i propri studenti: si possono sperimentare nuove metodologie didattiche (Project-based Learning, Flipped Classroom, Cooperative Learning, Peer Education…) senza per forza abolire la lezione frontale, e implementare criteri di valutazione meno legati alle singole performance nelle verifiche senza per questo dover promuovere tutti con il sei politico. È in seno alla scuola a mio avviso, infatti, che ogni individuo viene dotato di strumenti culturali senza i quali un ruolo attivo in società da parte sua non sarebbe assolutamente possibile: è quindi su questa istituzione che verte la maggiore responsabilità verso la classe giovanile. In conclusione, la società nel suo complesso ha il dovere di investire sulle nuove generazioni, offrendo spazio alle loro idee nei media e nell’editoria, e superando lo stereotipo infondato di una gioventù apatica. Poiché saremo noi a guidare il Paese in futuro, rifiutare oggi il dialogo con i giovani non è solo un errore culturale, ma una forma di miopia strategica.


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